04 dicembre 2014 | 17:15

“Con Agon Channel si delocalizzano anche cultura e informazione”, dice la segretaria Slc Cgil

“Da mesi leggiamo sulla stampa della nascita di Agon Channel Italia, la televisione che dal primo dicembre trasmette sul canale 33 del digitale terrestre (frequenza italiana) e che viene definita ‘il primo esempio di delocalizzazione televisiva per abbattere i costi’. Le retribuzioni dei lavoratori risulterebbero essere fino a dieci volte inferiori a quelle italiane”. Lo dichiara Barbara Apuzzo, segretaria nazionale Slc Cgil, in una nota. “Dalle notizie diffuse – prosegue – apprendiamo che, sebbene la sede legale di Agon Channel Italia si trovi nel nostro paese, quella operativa è a Tirana, dove ci sarebbero tre studi tv, due sale regia, 18 sale di montaggio di cui 11 parcheggiate in container e centinaia di persone che lavoreranno in ognuna delle due reti (Agon Channel Italia e l’Albanese Agon Channel), a seconda della necessità del gruppo”.

“Quella che è indicata come la ‘seconda vita degli ex divi della televisione italiana’ – sostiene Apuzzo -, tuttavia desta rilevanti preoccupazioni per un modello editoriale che, se replicato o imitato, in assenza di quel riordino complessivo del sistema che Slc Cgil rivendica da tempo e che a questo punto diventa più che mai urgente, rischia di creare ulteriori condizioni di distorsione del mercato – prosegue la sindacalista. I costi nettamente inferiori consentono infatti di competere partendo da una posizione ‘di vantaggio’ rispetto ad altri soggetti presenti sul mercato: costi che, lo ripetiamo, si riducono per effetto delle retribuzioni inferiori. Queste ultime rischiano di incidere negativamente sulle retribuzioni applicate in Italia”.

“Il caso di una tv italiana interamente (o quasi) prodotta all’estero – afferma ancora la segretaria della Slc Cgil -, deve dunque, a nostro avviso, spingere il governo a ragionare senza ulteriori perdite di tempo su una riforma complessiva, che deve guardare al mondo dell’editoria e dell’emittenza nel suo insieme. Lasciar avviare processi analoghi in un settore come l’emittenza radiotelevisiva, già pesantemente in crisi, senza alcun governo, significa non soltanto penalizzare i processi produttivi e il lavoro del settore, ma anche subire passivamente l’idea che sia sempre e solo ‘il mercato’ a regolare gli ambiti di attività, anche quando si tratti di produzione culturale, comunicazione e informazione”.

“Chiediamo al governo – conclude Apuzzo – di ragionare su politiche industriali, in questo comparto, che mettano al centro ad un tempo la salvaguardia del lavoro (compresa la proprietà intellettuale) e quella del pluralismo”.