18 dicembre 2014 | 15:45

L’editoria è in crisi ma non per Brûlé e le riviste di qualità (Sole 24 Ore)

(Sole24ore.it) Tyler Brûlé è un genio. Canadese, columnist del Financial Times, ex inviato di guerra (è stato ferito in Afghanistan), nel 1996 ha deciso di investire i suoi soldi in un nuovo magazine, Wallpaper,riuscendo in poco tempo a farlo diventare uno dei media più influenti nel mondo del design e del lifestyle. Un anno dopo, nel 1997, lo ha venduto a Time Warner per più di un milione e mezzo di dollari. Undici anni dopo, nel 2007, ha fondato Monocle, un mensile elitario e aspirazionale che promette ai suoi lettori «istruzioni sugli affari globali, business, cultura e design».

Tyler Brûlé (foto Theaustralian)

Tyler Brûlé (foto Theaustralian)

Monocle è un successo inatteso, soprattutto di raccolta pubblicitaria in senso ampio. Nonostante venda (in tutto il mondo) soltanto 77mila copie, gli investitori hanno capito che quelle pagine sono un brand importante per la nuova classe dirigente e dagli influencers globali. Le copie non si contano, si pesano (e prima o poi lo capiranno anche alle nostre latitudini).

Un paio di mesi fa, Brûlé ha ceduto per circa 10 milioni di dollari il 3 per cento di Monocle agli editori giapponesi Nikkei e, assieme ai suoi partner iniziali, continua a detenere circa l’80 per cento della rivista valutata a questo punto 115 milioni di dollari (poco meno della metà del prezzo pagato da Jeff Bezos per comprare il Washington Post).

La storia del fiuto imprenditoriale e giornalistico di Brûlé non è soltanto interessante in sé, ma lo è perché segnala una controrivoluzione ormai parecchio estesa nel mondo dell’editoria, anche se da noi largamente ignorata. Succede, infatti, che mentre si piange l’imminente morte dell’industria della carta stampata, non sapendo assolutamente come evitarla, in tutto il mondo proliferano sottotraccia iniziative editoriali indipendenti e in particolare stanno nascendo decine di piccole riviste di qualità. Con nuovi e meno grandiosi modelli di business, e un’identificazione con i propri lettori, questi nuovi magazine stanno cominciando a mutare dal basso il panorama dei periodici (dei periodici che la gente – o quel che è rimasto dei lettori di carta – poi effettivamente compra, legge e ci si affeziona).

Il New Yorker, per esempio, apriva il suo numero di metà novembre con un lungo profilo di una nuova rivista americana così di nicchia da sembrare una parodia: The Modern Farmer, una specie di Wallpaper supercool per il contadino moderno. Ci sono numerosi esempi di nuove riviste inglesi molto interessanti e anche il recente boom europeo e americano di magazine di calcio di cui ci siamo occupati nel numero 60 di IL. Lo stesso New Yorker, per restare alle grandi riviste mainstream, è un esempio abbastanza significativo di questa nuova èra dei magazine: per la gran parte dei suoi 89 anni di vita è stata una rivista sempre prestigiosa, ma in perdita; da qualche anno, proprio nel pieno della crisi dell’editoria, la rivista fa soldi (un caso opposto, invece, è New Republic, la rivista storica della sinistra intellettuale americana: comprata da Chris Hughes, uno dei fondatori di Facebook, è stata appena smantellata e trasformata in integrated digital company, qualsiasi cosa voglia dire).

Ci sono esempi virtuosi anche in Italia, sia pure minori: dal successo ormai consolidato del settimanale Internazionale al trimestrale di calcio Undici nato dal giro di Rivista Studio, fino al Berlin Quarterly confezionato in Germania da un gruppo di giornalisti e grafici italiani. Sono ancora piccole realtà, ma di cui il mercato dovrebbe iniziare a tenere conto.
Tyler Brûlé sull’ultimo numero di Monocle ha proposto un manifesto in 10 punti per il rilancio dell’industria editoriale, con oculati consigli a giornalisti, editori, distributori ed edicolanti (soprattutto agli edicolanti).

Tra tutti i punti il più decisivo è il numero 8, intitolato «Sei quello che leggi». Scrive Brûlé che «gli editori devono offrire ai lettori un messaggio chiaro: noi produciamo giornali e riviste che i lettori sono orgogliosi di esibire. Così come i consumatori si autodefiniscono attraverso l’accessorio giusto che possiedono (occhiali, valigie, borse e calzature), le testate preferite dai lettori hanno la stessa funzione. Una funzione che il tablet non può assolvere».

 
http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2014-12-17/l-editoria-e-crisi-ma-non-brule-e-riviste-qualita-130028.shtml