29 dicembre 2014 | 11:22

“Facebook è un museo, i social media devono essere come la vita”, dice il sociologo Jurgenson. “Se quello che condividiamo sui social assomigliano a una conversazione, che senso ha conservarlo per sempre?” (Pagina99)

(Pagina99Nathan Jurgenson, sociologo, ricercatore e teorico dei social media, da anni auspica un mondo social che non sia più scolpito nella pietra, ma fluido e dinamico. “La vita umana non può stare compressa dentro i big data” sentenzia in questa intervista. Un auspicio che riguarda soprattutto le foto che ormai sono in buona parte conversazione: inutile conservarle per sempre. Il suo libro imminente parlerà proprio di questa rete liquida

«Immagina di uscire a bere qualcosa con degli amici. Vi sedete al tavolino e uno di loro tira fuori con naturalezza un registratore, lo piazza sul tavolo, lo accende e registra tutte le vostre conversazioni. Non ti sembrerebbe strano? Ecco, è quello che fa Facebook. Eppure a noi sembra ormai normale». Nathan Jurgenson, giovane sociologo e ricercatore, chiarisce il suo punto. Se ciò che condividiamo sui social assomiglia molto a una conversazione, che senso ha conservarlo per sempre, come accade in altre realtà, come Google?

Nathan Jurgenson (foto Intoscana.it)

Nathan Jurgenson (foto Intoscana.it)

«Guarda il profilo di Facebook, ad esempio. È lineare e statico come un curriculum. Assomiglia a una biografia, non alla vita. È una sorta di museo del sé, può andare bene da morti, non per chi sta vivendo. Ne comprendo le ragioni, a livello commerciale: è semplice e utile incasellare le persone in un database, accumulare dati e preferenze e usarli per obbiettivi di marketing. Ma la vita umana non può stare compressa dentro i big data. Né valere di più o di meno per il numero dei “like” ottenuti da un post. Le metriche che ci misurano sono totalmente fuori posto».

Però in qualche modo, il numero di followers e anche le condivisioni o i like danno un’idea della rilevanze e dell’affidabilità di una persona online. Aiutano a orientarci.
Non direi. Le metriche non misurano la reputazione; nei social network, i numeri diventano il fine. Postiamo cose e condividiamo fotografie perché già sappiamo che diventeranno popolari. Se ciò che postiamo fosse liquido, scomparisse dopo poco, quest’ansia di piacere a tutti i costi diminuirebbe di molto.

Questo però succedeva anche prima. Chi cercava l’approvazione dei pari condivideva a seconda dell’audience che voleva compiacere, aneddoti divertenti, barzellette o pensose recensioni di libri. La ricerca del consenso è ben più antica dei social network.
Certo, come tutte le cose nuove, conserva forti relazioni con il passato. Ma il punto è vedere come e cosa è cambiato. Cosa vuol dire oggi essere popolari quando la categorizzazione e il ranking sociale sono molto più espliciti, documentati, ricercabili, misurabili e archiviabili? Purtroppo il numero di followers, i like, i retweet non misurano solo il comportamento; lo modellano anche. Quando l’approvazione diventa numerica, contabile, siamo più invogliati a modificare il nostro comportamento per ottenerla. La popolarità non è un concetto nuovo, ma il ridurla a numeri, sì.

Tu sei anche ricercatore a Snapchat, il social adorato dagli adolescenti, che ha fatto dell’effimero la sua particolarità, soprattutto per le fotografie. E stai scrivendo un libro sulla fotografia nei social media (in uscita per Penguin nel 2015). Perché le immagini, che sono fra i ricordi più cari e conservati, dovrebbero scomparire dopo pochi secondi?
Non tutte le immagini. Nel mio libro faccio innanzitutto una distinzione. Parto dal presupposto che oggi, con le possibilità del digitale, le foto si suddividano in due grandi categorie. Quelle che diventano documenti – foto artistiche, da esposizione al museo o fotogiornalismo – e quelle che scattiamo nel quotidiano. Le prime continuano a essere il fine: l’immagine ha valore in sé e diventa qualcosa da conservare. Nella altre, il fine è ciò che voglio comunicare, mentre la foto è solo il mezzo. Potrei comunicare in molti altri modi; scelgo una foto per immediatezza, per rapidità, perché ho sempre una fotocamera in tasca. Conservare queste immagini è inutile e anche dannoso.

Perché?
È una forma di inquinamento, di continuo rumore di fondo. Se sono al parco e condivido una foto con gli amici, non è più un’immagine-documento, diventa un pezzo di conversazione che si perde nel flusso, è come se agli amici, che sono al parco, lo dicessi a voce. Ha importanza solo nel presente, in quel preciso istante in cui passo, vedo una cosa, la fotografo, la condivido. Inutile conservarla per anni nel mio profilo. E invece guarda cosa succede su Instagram: centinaia di immagini che, una volta scattate, dimentichiamo, non riguardiamo mai più, nelle quali nemmeno ci riconosciamo. Statiche, magari belle come trofei, ma non assomigliano alla vita.

Cosa pensi dei selfie?
Penso se ne sia parlato troppo, c’è stato un innamoramento mediatico ingiustificato, spero sia una buzzword che ci lasceremo alle spalle nel nuovo anno. Dal mio punto di vista, non c’è niente di eccezionale o strano: la gente ama farsi i selfie perché, se le foto oggi diventano conversazione, un selfie è come parlare con la propria voce, raccontare la propria storia.

L’inquinamento, anzi l’overload per usare una parola della quale si è molto abusato in passato, è ancora una questione aperta? Dopo l’ubriacatura social iniziale, non stiamo facendo passi indietro, cercando un modo meno compulsivo di vivere online?
C’è una tendenza a rallentare, a condividere meno cose e di maggiore qualità. Penso a una piattaforma come This che permette di segnalare un solo link al giorno, ad esempio. Se ne avessi costruita una mia, sarebbe stata molto simile. Oppure all’emergere del long form journalism, come quello che vediamo su Medium. Ma finché i clic e i like saranno l’unica valuta dei social media, un cambiamento radicale è difficile. Più traffico, più pubblicità. Ma nessun contenuto originale, solo un taglia e cuci di ciò che si trova online, impacchettato con titoli sensazionali.

Hai previsioni per l’immediato futuro?
Spero che questo modello non durerà a lungo e che i contenuti di qualità torneranno a essere preminenti. Ormai “virale” non è più un aggettivo, è diventato un genere, ma ciò che è virale brucia rapidamente. In più sappiamo tutti ormai che followers e like sono dati facilmente manipolabili e falsificabili. Bisogna cambiare il modo di valutare i contenuti e il peso online e bisogna farlo presto.

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