11 gennaio 2015 | 18:42

Un anno nero per l’informazione, sono 118 i giornalisti uccisi nel 2014. Le stime dell’International federation of journalists

(Repubblica.it) I terribili fatti di Parigi riaccendono l’attenzione sulla professione giornalistica, in particolare sul sacrificio di numerosi cronisti che ogni anno perdono la vita facendo semplicemente il loro lavoro. Sono 118 gli operatori dell’informazione che nel 2014 sono stati uccisi con attentati, agguati o cadendo sotto i colpi della battaglia che stavano documentando. Tredici in più rispetto all’anno precedente, un aumento che sottolinea l’inadeguatezza delle misure prese per proteggere i reporter che lavoro nelle zone difficili in tutto il mondo.

L’ascesa del Pakistan. Asia e Medio Oriente restano le aree più pericolose al mondo dove essere giornalisti. Nel 2014 la maglia nera della sicurezza l’ha vinta il Pakistan dove otto reporter e sei operatori hanno pagato con la vita il prezzo del loro mestiere. “In Pakistan – scrive la Pakistan Federal Union of Journalists (IFJ) – i giornalisti vivono sotto la costante minaccia di omicidi, molestie e altre violenze da parte di attori statali e non. Il problema non è solo la sicurezza, ma anche disoccupazione e stipendi non pagati. Il 2014 più degli altri è stato un anno caratterizzato dalla violenza”.

Siria, il mestiere in guerra. Al secondo posto c’è la Siria, dove nell’anno passato hanno perso la vita in 12 tra giornalisti e personale tecnico. Seguono Afghanistan e Palestina con nove perdite e Iraq e Ucraina con otto. Ma non è solo la guerra la responsabile di questi morti. Secondo l’IFJ ha contribuito anche la mancanza di un’azione mirata da parte di governi e istituzioni per ridurre i rischi e garantire maggior sicurezza agli operatori dell’informazione. “Il livello di violenza contro i giornalisti – sottolinea la segretaria generale dell’IFJ Beth Costa – è inaccettabilmente alto in molti paesi dove i giornalisti, per fare il loro lavoro, rischiano la vita quotidianamente”. “Purtroppo – aggiunge – quest’anno molti hanno pagato il prezzo più alto e hanno perso la vita a causa della spirale di violenza che sta sommergendo i media, alimentata anche dal clima di impunità”.

Sotto attacco. Non solo vittime “collaterali” dei conflitti, ma spesso veri e propri target. I giornalisti sono le nuove vittime di una guerra che si combatte sempre più con immagini. Un esempio di quanto siano caambiate le leggi di una guerra che un tempo cercava di proteggere giornalisti e cameramen, è la tragica morte dei giornalisti americani James Foley e Steven Sotloff decapitati da militanti dell’Is davanti all’obiettivo di una telecamera accesa. “È tempo di agire – sottolinea il presidente dell’ifj Jim Boumel – di fronte alle minacce senza precedenti contro i giornalisti mirate non solo a limitare la libera circolazione delle informazioni, ma anche a garantire enormi taglie e concessioni politiche. Come risultato, alcuni organi di informazione per paura sono stanchi di inviare giornalisti nelle zone di guerra e a volte di utilizzare materiale raccolto dai freelance. Il mancato miglioramento delle condizioni di sicurezza si ripercuoterà sulla copertura delle guerre che diventerà più povera per mancanza di testimoni indipendenti”.

L’impegno di Al-Jazeera. Mahran al Deeri, corrispondente di Al Jazeera Arabic, è stato ucciso in Siria il 10 dicembre 2014 mentre stava seguendo una battaglia nella città di al-Sheikh Maskin. Mahran è solo l’ultimo dei giornalisti della testata qatariota ad aver perso la vita o a esser perseguitato per il suo lavoro. “Colpire i gioralisti – afferma Mostefa Souag, direttore generale di Al-Jazeera – non ci impedirà di raccontare la verità, cosa che ci siamo impegnati a fare per 18 anni. Durante gli anni di attività abbiamo perso molti colleghi, ma i nostri coraggiosi giornalisti continueranno a documentare la verità, nonostante i pericoli e le sfide continue”.

http://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2015/01/09/news/giornalisti_uccisi-104613118/