La generazione degli anni Ottanta risponde a Severgnini: “Questa è la nostra guerra? Ok, ma ora dateci spazio”

“La nostra grande prova non sarà questa guerra, sarà ritagliarci un posto vero, da adulti, in questa società di eterni ragazzini, sarà farvi smettere di chiamarci ‘giovani’, sarà guadagnarci da vivere in questa giungla, in questa società che, per la prima volta nella storia, è in mano a una generazione che si è creduta eterna e ora, che inizia a invecchiare, non sa farsi da parte e lasciare spazio a chi segue”.
È la risposta che, a nome della generazione dei trentenni, Andrea Coccia dà, nel suo blog su Linkiesta, all’editoriale che Beppe Severgnini ha scritto sul Corriere della Sera di oggi, intitolato ‘I nostri giovani ora sapranno cos’è l’Europa’.

Andrea Coccia

“Questa è la loro guerra”, scrive Severgnini riferendosi ai giovani francesi scesi in piazza per difendere la libertà. “Una guerra lunga, che dovranno combattere con intelligenza, pazienza, fermezza. Erano molti, ieri nelle strade di Parigi, i nuovi europei. Nati dopo il 1980, informati e connessi, con una debolezza, forse: pensare che la pace fosse per sempre. Che una volta conquistata, la si potesse amministrare, come un condominio”.
Coccia, 32 anni, giornalista pubblicista (collabora con Linkiesta e IlPost), fondatore della rivista letteraria El Aleph, ribatte a Severgnini che “la nostra grande prova è affrontare il presente, una giungla, dovendo ringraziare voi, i nostri genitori, per i privilegi che ci avete portato in dote: i privilegi che ci hanno permesso, negli anni, di studiare, di viaggiare, e di accettare salari che sono – quando va bene – un terzo o un quarto di quelli che voi avreste guadagnato, alla nostra stessa età, per gli stessi lavori. Questa è la grande prova della nostra generazione. È vivere il conflitto sociale nel modo più irrisolvibile e doloroso che si possa immaginare: nei salotti delle vostre case”.

Giovani e giovanissimi in piazza, l’11 gennaio, in Francia, in difesa della libertà di espressione dopo l’attentato alla redazione del Charlie Hebdo. Il cartello dice: “Un giorno sarò giornalista, non ho paura”.

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