29 gennaio 2015 | 11:27

La difficile missione del nuovo gruppo dirigente della Fnsi in congresso a Chianciano. I candidati alla segreteria e gli umori delle varie anime del sindacato

E’ entrato nel vivo  a Chianciano  il 27° congresso della Federazione nazionale della stampa, un appuntamento nel quale il sindacato dei giornalisti deve porre le basi per un rilancio della sua azione, che contribuisca anche a ridare prospettive a un settore, quello dei media, che sta attraversando una difficile e lunga crisi. Un obiettivo ambizioso. E per il nuovo gruppo dirigente non sarà facile raggiungerlo, tanto più che dovrà impegnarsi duramente, come raccontiamo in questo articolo, per ricompattare le varie anime della Fnsi e ridare loro unità di intenti.

Dal numero 457 – Gennaio 2015 di Prima Comunicazione

Con la fine delle coalizioni di ispirazione politica che l’hanno governato per decenni, il sindacato dei giornalisti si è trasformato in una sommatoria di individualità litigiose che al congresso
della Fnsi di Chianciano di fine gennaio dovranno darsi una nuova leadership per ritrovare progettualità, resistere alla crisi, difendere il welfare di categoria, contribuire al rilancio dell’editoria

Sembra che la Fnsi abbia fatto apposta a organizzare il suo 27esimo congresso a Chianciano, la famosa stazione termale per la cura del fegato, per cercare di attenuare gli effetti negativi sulla salute provocati dalla tensione che si registra ai vertici del sindacato dei giornalisti in vista dell’assemblea che si terrà dal 28 al 29 gennaio.
A Chianciano si riuniranno 309 delegati, eletti nelle 19 associazioni regionali del sindacato dei giornalisti, che dovranno rinnovare gli organismi dirigenti. Innanzitutto, il segretario generale e il consiglio nazionale, composto da 91 membri in rappresentanza dei giornalisti professionali, quelli contrattualizzati (i 19 segretari dei sindacati territoriali, più 30 eletti direttamente dal congresso, 10 usciti dalla delegazione della Lombardia, perché ha un numero di iscritti superiore al 25% degli aderenti alla Fnsi, e 32 indicati proporzionalmente dalle altre associazioni, tranne Valle d’Aosta, Basilicata e Molise), e da 25 collaboratori pubblicisti (19 espressi dal congresso, 6 in proporzione da Sardegna, Lombardia, Sicilia, Calabria, Lazio e Piemonte).
Inoltre, dal voto dei delegati usciranno 5 revisori dei conti e 24 probiviri. Infine, immediatamente dopo la conclusione del congresso, il nuovo consiglio nazionale eleggerà il presidente e la giunta esecutiva che a sua volta nominerà il direttore generale, ruolo in cui dovrebbe essere riconfermato Giancarlo Tartaglia, che da 42 anni regge la macchina del sindacato.
Con il prossimo congresso si chiude definitivamente un’epoca, quella delle grandi coalizioni che politicamente si rispecchiavano nel centrosinistra, inaugurata nel maggio 1996 a Villasimius con l’elezione di Paolo Serventi Longhi, confermato segretario fino al novembre 2007, quando a Castellaneta ha passato il testimone a Franco Siddi (per due mandati presidente), rieletto una seconda volta al congresso di Bergamo nel gennaio 2012 e, quindi, per statuto ora fuori dalla partita. E a una settimana dall’inizio del congresso non c’è un accordo che prefiguri una solida maggioranza per dare al sindacato un gruppo dirigente in grado di guidarlo in una fase in cui è a rischio la professione giornalistica e l’intero settore editoriale
Sono anni, infatti, che l’intero sistema dell’informazione è sottoposto all’effetto combinato della crisi economica (con le devastanti ricadute sulla pubblicità) e della trasformazione del sistema dei media seguita alla rivoluzione tecnologica. Il risultato è stata la chiusura di decine di testate tradizionali e di emittenti radiotelevisive, l’uscita in sette anni dalle redazioni di circa 5mila giornalisti e una pressione fortissima sulle casse dell’istituto di previdenza della categoria, l’Inpgi, salassate dall’aumento di pensionamenti, prepensionamenti, oltre che da cassa integrazione e contratti di solidarietà. Con seri rischi sulla tenuta del sistema pensionistico a causa del restringimento del numero degli occupati e del conseguente calo delle entrate previdenziali.
A questa situazione si aggiunge la progressiva disaffezione nei confronti degli organismi di rappresentanza, comune a tutte le categorie di lavoratori e cresciuta parallelamente al tramonto delle ideologie, che per quanto riguarda la Fnsi ha portato a un fenomeno di frastagliamento delle varie anime che la componevano. L’esempio più evidente è la fine che ha fatto la corrente Autonomia e solidarietà, la corrente di centrosinistra, a cui faceva riferimento il 40% della categoria, che si è dispersa in piccoli sottogruppi locali. Più in generale, è l’intera Federazione della stampa che si è trasformata in una sommatoria di individualità, mettendo in luce, dopo la contestata conclusione del contratto nazionale di sette mesi fa, il logoramento della maggioranza al governo della Federazione nazionale della stampa.
In questo scenario sono due le candidature esplicite per il ruolo di segretario generale: quelle di Raffaele Lorusso, presidente dell’Associazione stampa pugliese, e di Carlo Parisi, segretario del Sindacato giornalisti della Calabria. Lorusso è sceso in campo già a settembre durante un convegno organizzato a Bari dal Capss, il Coordinamento delle associazioni regionali di stampa per un sindacato di servizio, a cui fanno riferimento i sindacati territoriali di Veneto, Puglia, Liguria, Molise, Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige, Basilicata.
Il raggruppamento è nato sei anni fa da una costola di Autonomia e solidarietà per iniziativa di Gabriele Cescutti, leader dei giornalisti veneti per 25 anni e, poi, presidente dell’Inpgi dal 1995 al 2008, quando ha lasciato il testimone all’istituto di previdenza della categoria ad Andrea Camporese, vice caporedattore della Rai di Venezia. Non a caso, quindi, il Capss viene ritenuto il nucleo centrale del cosiddetto ‘partito dell’Inpgi’, in una fase delicata nella quale le vicende dell’istituto (ente erogatore non solo delle pensioni, ma di tutto il pacchetto di ammortizzatori sociali) sono centrali per l’intera categoria. Infatti, partendo da una base di 25 delegati (quelli espressi dal Capss), è proprio sull’ipotesi di una segreteria Lorusso che si stanno muovendo le trattative più fitte, e già si calcolano a favore del giornalista pugliese un centinaio di voti sui 155 necessari all’elezione.
“Partito dell’Inpgi? Noi facciamo sindacato e in ogni caso i problemi che investono l’ente di previdenza sono gli stessi della categoria: basta pensare alle ricadute che un contratto ha sull’Inpgi”, tiene a sottolineare Lorusso, 47 anni, nato a Conversano, in provincia di Bari, una laurea in giurisprudenza e una carriera professionale iniziata alla Gazzetta del Mezzogiorno e proseguita dal 2000 alla redazione barese di Repubblica. “La mia candidatura è nata su un programma che punta alla riorganizzazione della Fnsi, a un nuovo contratto che estenda le garanzie a freelance e precari, a una riqualificazione del servizio pubblico televisivo e dell’emittenza privata, a un percorso progressivo che preveda l’inclusione nel perimetro contrattuale di quanti vivono effettivamente di giornalismo”, dichiara Lorusso, che riguardo al rapporto tra Fnsi, Inpgi e Casagit, la cassa di assistenza presieduta da Daniele Cerrato, ritiene necessario “un maggior coordinamento, rispettando l’autonomia degli enti”.
L’esperienza sindacale di Lorusso è iniziata con l’impegno nel Cdr di Repubblica, da cui è passato nel maggio 2009 alla guida del sindacato pugliese. Da due anni e mezzo è entrato a far parte della giunta esecutiva della Fnsi, subentrando a Enrico Ferri. “Rispetto all’ultima vertenza nazionale”, afferma, “come Capss abbiamo sostenuto l’accordo perché, vista la tendenza generale a cancellare la contrattazione, era innanzitutto necessario avere un contratto che, oltretutto, ci può consentire di sperimentare norme a salvaguardia dei posti di lavoro e misure a sostegno dell’occupazione e della rioccupazione. Inoltre, un sindacato federazione di associazioni regionali, come la nostra, deve valorizzare le azioni positive dei territori, facendo in modo che lavorino sempre più in sintonia. E si devono prevedere una serie di nuovi servizi, come un ufficio studi, o per la consulenza e l’assistenza dei non contrattualizzati”.
Oltre agli interventi a difesa dell’occupazione, Lorusso mette l’appuntamento con il contratto nazionale (una nuova vertenza si dovrebbe aprire tra un anno e due mesi) come prima emergenza: “È un nodo da affrontare subito”, dichiara. “Dobbiamo partire da come la professione è declinata nelle varie forme crossmediali, prefigurando nuove qualifiche. Ciò è possibile con un dialogo più stretto con quelle realtà dove la multimedialità è già partita, osservando le mutazioni organizzative e pensando come trasferirle in un articolato contrattuale”.
Dalla Calabria arriva l’altro candidato, Carlo Parisi, schierato all’opposizione nel 2011 al congresso di Bergamo, ma poi rientrato nella maggioranza della Fnsi, di cui è vice segretario: “Mi hanno spinto a presentarmi un po’ di amici”, spiega il segretario del sindacato calabrese (è stato riconfermato recentemente con 643 voti su 653 votanti), convinto di avere delle carte per giocarsi a Chianciano la partita. Per 15 anni al Giornale di Calabria dove è diventato caporedattore, freelance e da sei direttore della testata on line Giornalisticalabria.it, diventata nel 2013 Giornalistitalia.it, Parisi è coordinatore della componente Stampa libera e indipendente che pesca consenso non solo nella sua regione (18 delegati) ma anche in altri territori, come in Piemonte, dove può contare su 9 voti congressuali, principalmente tra i collaboratori. “La candidatura Lorusso?”, continua Parisi. “In democrazia, se esiste una maggioranza, soprattutto in un sindacato unico come il nostro, si sarebbe dovuta riunire per discutere ed esprimere una candidatura condivisa senza farla calare dall’alto o dal basso, come è invece successo. Inoltre Lorusso, assolutamente da stimare come persona, non è nella segreteria e solo da poco è entrato nella giunta. La sua esperienza è ancora breve a livello nazionale per assumere le redini della Fnsi, determinare la politica dei vari enti della categoria e provare a incidere sul governo in una fase così difficile. Siamo in una crisi senza precedenti con imprese editoriali in ginocchio e migliaia di contrattualizzati per strada, spesso a causa di un uso distorto degli ammortizzatori sociali – a spese dell’Inpgi, quindi nostre – che non costituiscono un’occasione di rilancio, ma finiscono per diventare la via per la riduzione del costo di lavoro di aziende decotte, o nate morte”.
Schierato questa estate a favore dell’accordo, punta per la prossima vertenza contrattuale a norme che tengano conto dell’evoluzione della professione e dei nuovi media e, attorno al suo programma La Fnsi che vogliamo, Parisi può già contare su oltre 50 consensi. Sono invece una quarantina i sostenitori attribuiti all’area Unità sindacale che fa capo ai vice segretari uscenti Daniela Stigliano (giornalista Rcs e, tra l’altro, presidente del Circolo della stampa di Milano) e Luigi Ronsisvalle. I due godono di parecchia stima per le loro competenze in materia sindacale, tanto da poter rientrare tra i papabili alla segreteria generale, ma ultimamente innanzitutto Stigliano è considerata fuori dai giochi congressuali. “Dicono che sono incapace di tessere alleanze? Direi il contrario”, afferma l’ex caporedattore del Mondo. “Però, cerco di costruirle senza mettere alcuna pregiudiziale, ma soprattutto senza rinunciare ai miei valori sull’etica e l’unità sindacale. Comunque, la situazione è molto fluida, molte cose possono succedere prima e durante il congresso”, sottolinea Stigliano.
Anche Guido Besana, milanese, giornalista di Mediaset, punto di riferimento storico di Autonomia e solidarietà, si è conquistato una solida reputazione per come ha saputo gestire in questi anni parecchie difficili situazioni occupazionali, soprattutto nell’emittenza, ma a Chianciano potrebbe rischiare di pagare il fatto di presentarsi con l’esiguo sostegno dei 9 delegati che la componente storica della sinistra sindacale ha ottenuto in Lombardia con il voto precongressuale. E c’è anche chi gli rimprovera di non essersi decisamente schierato a favore dell’ultimo rinnovo contrattuale. “Ho solo cercato di ragionare”, precisa Besana. “Bisogna ancora vedere se, come spero, le innovazioni contenute nell’accordo funzionano concretamente e gli sgravi fiscali per sostenere e rilanciare l’occupazione verranno mantenuti dal governo. Se usato nella maniera giusta, il contratto è molto flessibile. È paradossale che gli editori chiedano ulteriore flessibilità. Mancano di cultura contrattuale, non sanno proprio utilizzare le norme. Per esempio, si può addirittura rinnovare i contratti a tempo determinato per 10-12 anni: serve ancora di più per capire se un giornalista merita l’assunzione?”.
“Per il futuro”, continua il giornalista milanese, “bisogna individuare e intervenire su quelle aree della comunicazione dove i giornalisti non riescono a mettere il naso, e dove il loro lavoro viene fatto da impiegati o stagisti. Per quanto riguarda l’Inpgi, i temi relativi alla politica sindacale sono gli stessi che investono in questa fase l’istituto: crollo dell’occupazione, ristrutturazioni non funzionali al rilancio delle aziende, costo degli ammortizzatori sociali”.
Mentre Besana sta provando a rimettere insieme con Stefano Tallia, giornalista Rai e segretario del sindacato in Piemonte, i pezzi di Autonomia guardando anche a una probabile e naturale alleanza con il Capss, il leader dei sindacato romano e giornalista della Gazzetta dello Sport, Paolo Butturini, forte dell’ottimo risultato all’elezione dei delegati, non pone pregiudiziali su Lorusso, ma vuole “un accordo alla luce del sole e su un programma e una squadra di alto profilo: non è proprio il momento di mediazioni al ribasso e serve una discontinuità con il passato”.
Butturini, anche lui espressione di Autonomia e solidarietà, in estate è stato uno dei capofila della contestazione al contratto, ma non ci sta con chi lo descrive come estremista, come la versione sindacale del ‘grillismo’. “Innanzitutto, non sono estremista, ma radicale perché punto a rifondare alla radice il sindacato”, ribatte. “Governo la Romana da sette anni e ho fatto accordi con chiunque. Mi hanno dato dell’assemblearista, perché dopo la firma del contratto ho chiesto il rispetto dello statuto della Fnsi che prevede di consultare le redazioni. Non ero proprio matto: nel referendum che abbiamo organizzato qui a Roma, su 1.090 votanti, oltre 900 si sono espressi contro l’accordo”.
In questa situazione molto frammentata, Giovanni Negri, presidente dell’Associazione lombarda (la più grande con i suoi 5.751 iscritti), sta acquisendo il ruolo del regista per una possibile soluzione, mentre a Milano lavora per passare a inizio di febbraio la guida del sindacato regionale – dove ha ristabilito un’alleanza con figure storiche di Stampa democratica come Franco Abruzzo e Giuseppe Gallizzi – a Paolo Perucchini, vice caposervizio economia dell’Eco di Bergamo e membro della giunta esecutiva della Fnsi.
“Gli sforzi di tutti devono andare nella direzione di un accordo che metta insieme i vari pezzi della Federazione, sapendo che quando si raggiungono degli accordi duraturi non ci può essere qualcuno che perde e, soprattutto, nessuno che vince”, afferma Negri, che rientra (insieme a Giuseppe Giulietti, storico leader della sinistra sindacale, ex parlamentare e tra i fondatori dell’associazione Articolo 21, che però farebbe resistenze) tra i più autorevoli candidati alla presidenza della Fnsi, dove sembra in ribasso la possibile riconferma di Giovanni Rossi. Mentre ci potrebbe essere la sorpresa di una candidatura al femminile.
Fuori dalla corsa alla segreteria, ma non da un’eventuale nomina a presidente, Franco Siddi – che conserverà gli incarichi internazionali all’interno dell’Ifj – rivendica i risultati di una gestione riuscita a portare negli ultimi quattro anni la categoria a due intese a livello nazionale con le quali, afferma orgoglioso, “abbiamo garantito la protezione sociale: nessuno è rimasto a terra”.
“Nell’estate del 2011”, spiega, “abbiamo firmato un accordo biennale che è stato molto più di un rinnovo parziale, economico, perché ha introdotto tra l’altro l’adeguamento dell’aliquota contributiva – fino a tre punti percentuali entro il 1° gennaio 2016 – per le pensioni. Il 25 giugno 2014, invece, abbiamo siglato il sofferto rinnovo triennale, seguito nella stessa giornata da un’intesa con il governo, gli editori e l’Inpgi, per sostenere il welfare dei giornalisti colpiti dalla crisi e a sostegno di un rilancio del mercato del lavoro. Da tenere presente che siamo stati gli unici in questa fase a firmare un patto triangolare così ampio con l’esecutivo. Abbiamo fatto molti sacrifici in questi anni e i 650 posti di lavoro in meno registrati nei primi sette mesi del 2014 sono il segnale preoccupante della situazione. Finora abbiamo retto l’urto, riuscendo anche a contenerne il prezzo, rispetto ad altre categorie. Non è però finita. È essenziale la solidarietà tra tutti gli organismi di categoria e per questo c’è sempre più bisogno di un sindacato forte. E sarà anche indispensabile non cadere nel vizio ricorrente dell’autoreferenzialità che ci sottrae al confronto con la realtà e rischia continuamente di frammentare quanto si mette insieme faticosamente”.
Rischi che potrebbero concretizzarsi anche a Chianciano se, più o meno strumentalmente, qualcuno facesse leva sulle vicende giudiziarie per la presunta truffa per 7,6 milioni di euro di cui sarebbe stato vittima l’Inpgi da parte di Giorgio Magnoni e del figlio Luca, nell’ambito della quale Andrea Camporese ha ricevuto un avviso di garanzia. Il presidente dell’istituto, che ha sempre respinto la ricostruzione istruttoria della pubblica accusa, si dice tranquillo e ricorda le 170 domande di stabilizzazione contrattuale presentate a dicembre dopo l’avvio degli sgravi fiscali decisi dal governo. “Bisogna essere cauti, ma se diventasse un trend si accenderebbe un bel lumicino”.
Carlo Riva

Dal numero 457 – Gennaio 2015 di Prima Comunicazione