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06 febbraio 2015 | 17:03

Don Valdir Josè De Castro, superiore generale della società San Paolo

È un brasiliano, don Valdir José De Castro, 54 anni, il nuovo superiore generale della ocietà San Paolo, 7° successore del beato Giacomo Alberione a partire dal 6 febbraio 2015. Per la prima volta i 60 membri del Capitolo generale riunito ad Ariccia hanno scelto un non italiano.

Come riporta il comunicato stampa, Don Valdir è stato eletto con la maggioranza richiesta dei due terzi alla seconda votazione mercoledì 4 febbraio. Entrato nel seminario paolino di San Paolo in Brasile nel 1979 è stato ordinato sacerdote nel 1987. Si è laureato anche in giornalismo con una tesi sulla pubblicità. Da alcuni anni dirigeva a San Paolo del Brasilem la Facoltà di tecnologia e di comunicazione, una delle più prestigiose scuole di giornalismo del Brasile, con oltre mille studenti.

Famiglia Cristiana e Credere, riviste edite dalla Società San Paolo, hanno incontrato il neoeletto. Ecco un estratto dell’intervista, raccolta da Alberto Bobbio e Saverio Gaeta, che sarà pubblicata integralmente nei numeri in edicola la settimana prossima.

«Certamente è un’emozione e una responsabilità grande», ha detto don Valdir, «essere il primo successore non italiano del beato Giacomo Alberione. Ma io lo interpreto come un segno: il Brasile, proprio partendo dalla città di San Paolo, è stato la prima provincia aperta all’estero dal nostro fondatore, il 20 agosto 1931. E dunque io e i miei confratelli brasiliani siamo oggi la testimonianza che quel seme piantato quasi 75 anni fa ha portato frutto».

Don Valdir, come ha percepito la chiamata a essere sacerdote? E perché proprio tra i Paolini?

«Sin da bambino, quando facevo il chierichetto nella mia parrocchia, sentivo il desiderio di consacrarmi al Signore. Però non mi era chiaro dove frequentare il seminario, se in diocesi, oppure in qualche specifica congregazione. Ho fatto i normali studi liceali e, nel 1978, un amico, il paolino Antonio Carlos, mi invitò alla sua ordinazione sacerdotale. In occasione di quella cerimonia mi informai un po’ più a fondo sul carisma della Società San Paolo e decisi: “Voglio essere un sacerdote come lui, con questa precisa missione della comunicazione del Vangelo”».

Lei attualmente era superiore del Brasile, ma in precedenza aveva ricoperto il medesimo incarico per la provincia di Argentina-Cile-Perù, con sede a Buenos Aires. Ha avuto occasione di incontrare l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio?

«Certamente. Ricordo in particolare il primo appuntamento, quando ci recammo da lui insieme con il nostro generale don Silvio Sassi. Ci accolse con grande semplicità e cordialità, affermando che apprezzava molto l’impegno dei Paolini. Ci illustrò tutti i mezzi di comunicazione di Buenos Aires e fu molto simpatico quando, alla fine dell’incontro, mi diede seduta stante la licenza per svolgere il ministero sacerdotale in diocesi. In questi giorni non ho avuto occasione di parlargli, ma lo accoglierò ad Ariccia quando verrà per gli esercizi spirituali».

E ora è il primo successore non italiano di don Giacomo Alberione.

«Alberione era una persona come diciamo noi in Brasile “antenada”,  un precursore. Partecipava ai congressi di sociologia, dava importanza alle questioni politiche, allo studio della filosofia, oltre che della teologia. Ed era soprattutto preoccupato di come comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. In Brasile aprì la prima comunità della congregazione all’estero. Adesso, nell’anno in cui la congregazione festeggia i cento anni dell’intuizione di don Alberione, io divento il suo settimo successore. Per me è un segno».

In che senso?

«Oggi, se la Chiesa vuole ancora parlare alle persone, non si può accomodare sulle certezze del passato, cioè le forme classiche di comunicazione del Vangelo, né pensare che il solo utilizzo delle nuove tecnologie digitali, di cui abbiamo imparato bene ogni tecnica, possa essere sufficiente. Noi dobbiamo aiutare chi comunica, siano essi giornalisti o politici o sacerdoti, a sviluppare una formazione critica, a farsi opinioni non uguali a quelle di altri, a intrecciare filosofia e comunicazione. Insomma dobbiamo preparare professionisti non solo per il mercato. Oggi avere uno smartphone ed essere sempre in rete, non è più un privilegio, né una necessità. È un diritto. Ma c’è molta gente che continua ad essere esclusa da tale diritto. Ebbene noi dobbiamo spiegare come esercitare con responsabilità quel diritto e cercare di estenderlo ad altri. Ci sono periferie anche digitali. Noi all’università insegniamo proprio questo, che è la nuova sfida dell’identità paolina».