07 marzo 2015 | 10:40

Cairo critico sulle gestione Rcs: quei manager bruciano cassa e vendono gioielli per tappare i buchi

Intervistato da Repubblica Urbano Cairo, editore e fondatore della Cairo Communications, società quotata in Borsa che due anni fa ha rilevato La7 da Telecom Italia portandola in pochi mesi a produrre un margine operativo positivo, è molto critico con la gestione della Rcs Mediagroup. Ciò potrebbe risultare normale e ovvio, in quanto i due gruppi sono concorrenti nella raccolta della pubblicità e in misura minore nella diffusione di periodici.
Tuttavia Cairo ha titolo per intervenire su Rcs a titolo personale poiché ha rilevato con la sua holding nell’estate 2013 un pacchetto di azioni Rizzoli pari al 3% del capitale, anche se finora non ha mai chiesto né gli è stata offerta alcuna rappresentanza in consiglio.

Urbano Cairo (foto Olycom)

Urbano Cairo (foto Olycom)

Dottor Cairo, come valuta la decisione del cda Rcs di trattare in esclusiva con Mondadori per la vendita della società dei Libri? «Molto negativamente, perché si vendono i gioielli del gruppo per coprire le perdite operative dell’azienda e non per ridurre i debiti. La casa editrice si vuole privare di un business che offre fatturati stabili e anche margini di guadagno costanti nel tempo a un prezzo certamente non esaltante. D’altronde, basta guardare la reazione della Borsa per capire chi sta facendo l’affare. Il titolo Mondadori è salito quasi dell’8%, quello Rcs poco più del 2%. È una reazione che dovrebbe far riflettere».
Perché dice che i soldi incassati servono per coprire le perdite? «Basta fare due conti partendo dai numeri dei bilanci pubblicati. A fine 2011 Rcs aveva 938 milioni di debiti finanziari netti e da quel momento ha incassato 396 milioni sotto forma di aumento di capitale, realizzato dismissioni per altri 397 milioni e ha convertito le azioni di risparmio con un introito di altri 49 milioni.
Risultato: il debito netto sarebbe dovuto scendere ben sotto i 100 milioni. Ma nel frattempo le perdite di cassa sono ammontate a circa 288 milioni e sono stati fatti investimenti per altri 116 milioni e 15 sono stati spesi in acquisizioni. Così l’indebitamento a settembre 2014 era ancora pari a 515 milioni».
Dunque se ho ben capito le difficoltà dell’azienda non sono da ricondurre solo allo sciagurato investimento in Recoletos del 2007 ma anche alla gestione ordinaria. È così? «Se la gestione corrente fosse stata risanata, oggi grazie all’aumento di capitalee alle dismissioni la società avrebbe ormai digerito quell’acquisizione certamente non azzeccata. Invece la Rcs negli ultimi tre anni ha continuato a bruciare cassa e le dismissioni sono servite a coprire le perdite in una sorta di avvitamento di cui non si conosce il punto di caduta». Lei aveva già criticato le vendita degli immobili di via Solferino e via San Marco.
«Si sono venduti immobili in un momento sfavorevole di mercato, dunque incassando prezzi non all’altezza, per andare a pagare affitti alti che superano di gran lunga gli oneri finanziari risparmiati. Se abbatto i debiti di 120 e spendo circa 6 milioni in meno di interessi ma poi vado a pagare 9 milioni di affitti non ho certo fatto un grande affare».
Dunque secondo lei questo cda e questo management non sono da riconfermare? «Mi sembra che i risultati di questo triennio siano largamente insoddisfacentie quindi richiedano un cambio di rotta».

Da: La Repubblica  07/03/2015  di GIOVANNI PONS