24 marzo 2015 | 11:56

Il set di Roma città aperta nei ricordi del piccolo Marcello, Vito Annicchiarico

di Laura Preite – La storia di Vito Annicchiarico il piccolo Marcello, figlio di Pina, Anna Magnani, nel celebre ‘Roma città aperta’ di Roberto Rossellini, rivive nel libro della giornalista Simonetta Ramogida “Roma città aperta” Gangemi editore, che esce a 70 anni dal film, capolavoro del neorealismo.

Magnani e Annicchiarico

Anna Magnani e Vito Annicchiarico (foto Thomas Meder)

È un collage di ricordi, spezzoni di set, fotografie in bianco e nero e personaggi che però non sono sbiaditi con il tempo.

Vito racconta la sua infanzia, sulle strade di Roma. Nonostante la madre fa di tutto per farlo studiare lui scappa dal collegio di Monte Mario insieme ai suoi compagni per diventare sciuscià, lustrascarpe per i soldati americani. Sono gli anni della guerra, e dell’occupazione americana della città. Vito ha una sorella e un fratello, il padre in Etiopia disperso, la madre, di origine friuliana è sola a Roma. Vito pulisce le scarpe tra via degli Avignonesi e largo del Tritone, dove un giorno incontra Rossellini, che gli propone di pulire 40 scarpe. È una scusa per convincerlo a seguirlo. Da centocinquanta lire al giorno nei giorni buoni arriva così a guadagnare mille e duecento lire per i giorni di ripresa. “Una cifra così non me l’ero veramente mai neppure sognata. E questa fu la nostra salvezza, veramente un balzo dall’inferno al paradiso” racconta parlando di sé e della madre.

Il set del film è in via degli Avignonesi 30, vicino al teatro di posa Liborio Capitani dove vengono girati tutti gli interni e lì vicino, c’è il Gallo d’oro dove la troupe va a mangiare al termine delle riprese. “La sala di posa era praticamente l’unico teatro funzionante perché Cinecittà era un campo di profugi” e Rossellini chiese l’autorizzazione di girare alcune riprese della retata di via Montecuccoli con prigionieri veri “per risparmiare un po’ di denaro e non dover scritturare altre comparse” continua il racconto di Vito-Marcello.

La vita di Vito però continua ad essere umile, nonostante gli impegni cinematografici: “Girai con i miei pantaloncini corti, non erano previsti abiti di scena, le mie scarpe e il mio cappellino da cui non mi separavo mai. Quando la produzione mi comprò degli abiti nuovi, con i quali sembravo un signorino, mi vergognavo tanto a farmi vedere dai miei compagni sciuscià così ripulito”. Quegli amici, Vito riesce anche a farli scritturare come comparse: “In questo modo guadagnavano anche loro qualche soldo, Rossellini mi accontentava in ogni mia richiesta, mi voleva bene”.

C’è tanta Roma di quegli anni in questo libro di ricordi: “Roma era molto più piccola, i palazzi che delineavano la città eterna finivano a Largo preneste, il resto era tutta campagna” . E poi naturalmente ci sono gli attori tra tutti Aldo Fabrizi e Anna Magnani, che per la prima volta recitano ruoli drammatici. Aldo Fabrizi è una “prima donna” che tratta male Marcello e vuole che le inquadrature lo riprendano solo di profilo, affinché non gli rubi la scena, come Vito scoprirà a riprese terminate. E poi c’è Nannarella, Anna Magnani, che non lo chiama mai per nome “A ragazzì, viè npo’ qua”, gli dice e che si affeziona tanto da volerlo adottare e che girerà poi con lui altri due film, con Vito nel ruolo di figlio adottivo, ‘Abbasso la miseria’ e ‘Abbasso la ricchezza’.

Magnani era “un’attrice enorme – racconta Vito – aveva una capacità straordinaria di assorbire l’ambiente e restituire con la sua recitazione il senso della realtà, dopo qualche giorno assumeva gli stessi atteggiamenti del personaggio che doveva interpretare”.

Infine c’è quella scena diventata un’icona del neorealismo, Pina fucilata dai tedeschi quando rincorre la camionetta della retata che porta via suo marito Francesco.

“La prima volta che girammo quel ciak è come se lo rivedessi adesso – Vito ricorda il set – mi sono messo a piangere abbiamo dovuto rifarla quella scena, ho piano per almeno mezz’ora mi ero talmente immedesimato in quel bambino che perdeva la madre da non riuscire più a smettere di piangere”.

Laura Preite