03 aprile 2015 | 11:29

Viaggio nella redazione di Politico Europe che punta a raccontare politica e lobby di Bruxelles

“Non c’è niente di idealistico, non vogliamo essere più nobili degli altri, non siamo un’azienda no profit, vogliamo fare un business e vogliamo avere dei ricavi e per questo non abbiamo una visione partisan, perché se sei schierato, non va bene per le storie che racconti, ma non va bene nemmeno per il tuo business”.

Matthew Kaminski

Matthew Kaminski, direttore Politico Europe (foto Axel Springer )

Lo dice il direttore di Politico europe, Matthew Kaminski pronto al lancio dell’edizione europea del sito e magazine al Foglio nel reportage in edicola oggi. “Vogliamo raccontare quel che accade qui, fare degli scoop, scrivere in modo chiaro, interessante, se serve irriverente, senza preoccuparci di servire questa o quell’altra agenda, perché l’unica agenda che conta per noi è quella di fare un prodotto che piace a più persone possibili” continua Kaminski.

Politico Europe vuole essere un distruttore gentile, chissà se è dato in natura un mostro buono, o se la maschera sorridente nasconde voracità spietata. Certo è che la reazione tipica a Bruxelles, quando parli di Politico Europe, è un misto tra la preoccupazione e il terrore, il corpo dei giornalisti che lavora qui sa che la competizione diventerà feroce, questi ci spazzano via tutti. “Ma no, c’è una grande eccitazione”, dice Jacopo Barigazzi, “il nostro italiano”, come me lo presentano, il primo reporter assunto da Politico, “per molti questa è anche l’occasione di mostrare il proprio lavoro. Il parlamentare europeo è frustrato, fa un lavoro durissimo e serio, deve dimostrare competenza, conquistare autorevolezza, ma poi a casa sua di quel che fa che cosa arriva? Niente. Ora finalmente questo lavoro sarà mostrato”.

Il processo per portare Politico a sbarcare in Europa e in particolare a Bruxelles è stato lungo.

Più di un anno fa, quando Politico negli Stati Uniti aveva consolidato il suo potere, allargando l’offerta di prodotti (l’ultimo nato era Politico Magazine) e i mercati di riferimento, comprando il sito di news Capital New York e sbarcando così a New York, “Alex Springer bussò alla nostra porta – dice Gabe Brotman – ed era il momento giusto per loro, il momento giusto per noi, e così abbiamo iniziato a pensare a lanciare Politico in Europa”. Questo è stato il primo passo. Il secondo è stato l’acquisto di European Voice, uno dei media più influenti della “Bruxelles bubble”, un settimanale di 25-30 pagine, formato tabloid, che costa 4,70 euro, viene letto da circa sedici mila persone e racconta tutto quel che succede, tra “politics and policy”, nella capitale europea. Sheherazade Semsar-de Boisséson, oggi managing director di Politico, racconta di aver comprato European Voice due anni fa dal gruppo che pubblica l’Economist, “con un unico obiettivo in testa: desideravo follemente portare Politico a Bruxelles. Ero spesso a Washington ed ero colpita dal successo di Politico e da come era riuscito a guidare la politica di Washington, e non capivo perché qualcuno non stesse pensando di portare lo stesso modello a Bruxelles”.

Perché potrà funzionare? Perché Politico europe prima di tutto colma un vuoto.

I competitors sono tanti, ma nessuno ha la forza d’urto di Politico Europe, che, come dice Semsar-de Boisséson, non è soltanto un “disruptor” (“negli Stati Uniti lo è stato, questo è un fatto), ma “vuole riempire un vuoto” lasciato libero dagli altri media, un vuoto di contenuti e un vuoto di business. Il patrimonio di partenza è quel che è stato costruito negli Stati Uniti.

Lanciato nel 2007 Politico ha dai 7 agli 8 milioni di visitatori unici al mese che stanno sul sito 13 minuti ciascuno per una media di 50 milioni di pagine viste al mese, riporta sempre il Foglio. A due anni dalla partenza i ricavi sono stati di 20 milioni di dollari l’anno e l’anno scorso è riuscita ad aumentare del 25% i suoi profitti sull’anno precedente. Quello che farà la differenza anche in Europa sarà il modello di business.

L’obiettivo “è un target piccolo ma molto qualificato”, cioè tutti coloro che hanno interesse a sapere che cosa accade davvero nella capitale europea. Non ci sono nemmeno obiettivi per il ritorno sull’investimento, o almeno non vengono esplicitati, “i nostri partner hanno una visione di lungo periodo”, spiega Brotman. Il mercato della pubblicità non è accogliente, negli Stati Uniti cresce del 3,9 per cento, in Europa del 2,4, ma “questo è un prodotto talmente nuovo che non si può ragionare secondo gli schemi classici”, ribadisce Semsar-de Boisséson.