03 aprile 2015 | 14:57

Christiane Amanpour al ‘Corriere’: una corrispondente di guerra può essere una buona madre

Corriere della Sera 03/04/2015  - Il cartello sulla porta dell’ufficio di Christiane Amanpour a Londra dice: «Prohibit entrence with weapon» («Proibito entrare armati», in inglese sgrammaticato). Viene dall’Afghanistan, dono di John F. Burns del New York Times , il decano dei corrispondenti di guerra.

Christiane Amanpour (foto Adweek)

Christiane Amanpour, chief international correspondent  di Cnn (foto Adweek)

Con incedere militare, pantaloni e giacca con le spalline di pelle, la corrispondente-internazionale-in-capo della Cnn avanza nell’ open space , gira la chiave nella porta, ci appende dietro un completo Armani (ha una festa dopo il lavoro) e appoggia il «lunch box» salutista (pollo e verdure) accanto al computer. Infine si siede dietro la scrivania e annuncia, cordiale ma perentoria, che abbiamo 15 minuti. Poi possiamo seguirla alla riunione di preparazione del suo programma Amanpour .
Da ragazza Christiane – nata in Inghilterra, studi universitari in America ma cresciuta a Teheran da padre musulmano iraniano e madre cattolica britannica («Io sono un’immigrata», precisa) – voleva fare il dottore. D’altronde «un medico del pronto soccorso è spesso come un giornalista al fronte. Non è uguale, loro hanno delle vite in mano, ma noi abbiamo la verità, la guerra e la pace». Ora dopo tanti anni, spera di aver conquistato la fiducia della gente, un po’ come un medico con i pazienti. «Una volta mi dispiaceva quasi quando giovani come te mi dicevano di avermi vista in tv dall’età di due anni. Pensavo: sono davvero così vecchia? Ma la gente è cresciuta con me, si è creato un livello di familiarità, e spero che si rendano conto che quel che ho dato loro è una buona parte della mia vita, lasciando la mia famiglia e andando nei posti più pericolosi del mondo per raccontare la storia: questo per me è l’essenza del giornalismo».

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Lontana dalla famiglia
Diciassette anni fa, a 40 anni, Amanpour si è sposata in Italia (con rito cattolico e subito dopo ebraico) con James Rubin, assistente del segretario di Stato Usa ai tempi di Clinton. A Oprah ha raccontato che, dopo aver raggiunto il successo professionale, è scattata nella sua mente la decisione di volere «una qualche felicità e soddisfazione personale» e nel giro di sei mesi, ha conosciuto Jamie. «È vero – conferma – quando ho aperto la mia mente, è arrivata l’opportunità. Forse, se lo avessi fatto due o tre anni prima le cose sarebbero andate diversamente ma non ero pronta». Incinta del figlio Darius, all’inizio diceva che tutto sarebbe rimasto uguale, che l’avrebbe portato con sé al fronte. «Cose che si dicono, falsa spacconeria… O forse lo pensavo veramente? Non so come avrei potuto, vado nei posti peggiori…». La consapevolezza che la maternità stava cambiando tutto è arrivata quando Darius aveva 18 mesi e lei, dopo l’11 settembre, era stata costretta a partire. «È stata un’agonia, un dolore straziante. Sono stata via per tre mesi, ma ogni due settimane tornavo, anche solo per poco».
Può una corrispondente di guerra essere una buona madre? Fu la domanda dei tabloid inglesi quando Alex Crawford di Sky News , madre di 4 figli, entrò a Tripoli con i ribelli anti-Gheddafi. «Non viene mai posta agli uomini. Eppure le preoccupazioni delle donne e degli uomini di questa generazione sono le stesse. La mia risposta è sì, una corrispondente di guerra può essere una buona madre. La maternità, certo, ha cambiato le mie priorità e sono diventata molto più attenta nel calcolare i rischi. Viaggio ancora, ma adesso non andrei in Siria per esempio. Mio marito ha lasciato il dipartimento di Stato quando nostro figlio è nato, ha passato molti mesi a casa con lui». È importante, spiega, anche avere una mamma che lavora. «Mio figlio vede che abbiamo in carico la maggior parte delle faccende domestiche e quindi lavoriamo il doppio!»
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