20 aprile 2015 | 9:02

Jeff Jarvis: il giornalismo deve promuovere comunità e premiare i lettori più collaborativi. Agli editori: siate esigenti, ma anche pazienti

(Repubblica.it - Sempre media, ma meno mass. A Perugia la lezione di Jarvis)  Corre da una parte all’altra della Sala dei Notari, Jeff Jarvis, microfono in mano, per spiegare che i mass media sono finiti, non in quanto media ma in quanto mass. Nell’universo comunicativo di questo ex cronista di Chicago, divenuto negli anni docente universitario alla City University of New York e oggi tra i più autorevoli esperti di comunicazione, non esiste un pubblico indistinto ma una platea di lettori da conoscere quasi individualmente. E a rafforzare il concetto va lui stesso a raccogliere le domande in sala, in questa penultima giornata del Festival del Giornalismo.

Jeff Jarvis (foto Theguardian)

Jeff Jarvis (foto Theguardian)

Introdotto dal direttore di Wired Italia, Massimo Russo, Jarvis ricorda vecchie regole del mestiere, forse dimenticate per la sbornia tecnologica che ha investito tutto il settore. “Il giornalismo è anzitutto servizio – scandisce Jarvis -, e perché ciò accada occorre conoscere i desideri e i problemi del lettore, andargli incontro, indagare sui suoi bisogni. Tradotto in termini editoriali, e non esclusivamente commerciali, il giornalista deve essere promotore di comunità, organizzare il proprio parco lettori, smetterla di rimpastare agenzie per scrivere il decimillesimo articolo sulla stessa notizia. “Che senso ha – esclama con una faccia che a tratti ricorda molto quella di Corrado Augias – spedire un giornalista televisivo a migliaia di chilometri di distanza, davanti a un luogo dove la notizia è già avvenuta e che lui utilizza solo come sfondo? Oggi ci sono tecnologie capaci di dare contenuti ulteriori, stimolanti, soprattutto più utili”. Quindi un invito esplicito agli editori: “Siate esigenti ma mettete a disposizione un capitale paziente per essere i primi e raccogliere i frutti”.

Il discorso delle comunità è in effetti colpevolmente dimenticato. Una sosta in Italia consentirebbe a Jarvis di individuare nei luoghi di lavoro le nuove community. Basterebbe registrare le conversazioni di ciascuno di noi (un po’ come si fa col diario alimentare per chi non si accorge di cosa e quanto mangia) per capire che il novanta per cento dei discorsi diurni riguardano il lavoro. Eppure i grandi luoghi di occupazione difficilmente hanno un loro “corrispondente”, come ce l’hanno le città o i paesi. Tutto questo mentre i nostri cellulari, le mail, le chiacchiere al bar, si concentrano sul nuovo dirigente in arrivo, sul contratto in scadenza, il ricorso del collega, perfino l’amante del capo. Stessa cosa per i supermercati: esistono le comunità che si riforniscono ai discount e quelle dei mercati rionali. Ci sono volantini merceologici molto più letti di alcuni giornali ma il capitolo degli acquisti, ovvero una seria e attenta valutazione della merce in vendita, difficilmente viene presa in considerazione. “Occorre fantasia – ripete Jarvis -, bisogna ribaltare l’approccio tradizionale, non avere paura di sperimentare e, perché no, premiare i lettori più collaborativi e meritevoli, rendendoli non solo partecipi del proprio lavoro ma, in un certo senso, condividendo con loro i proventi, magari attraverso piccoli benefit e agevolazioni”.
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http://www.repubblica.it/cultura/2015/04/18/news/sempre_media_ma_meno_mass_a_perugia_la_lezione_di_jarvis-112296629/