24 aprile 2015 | 16:39

L’81% pensa che i politici siano corrotti, la ricerca di Makno e Miworld sul legame tra cultura e corruzione

di Laura Preite – Quale rapporto tra cultura e qualità della governance? La cultura può fare fronte alla corruzione? Sono le domande a cui ha cercato di dare una risposta la ricerca “La cultura antidoto alla corruzione” presentata durante l’omonimo convegno che si è svolto alla Triennale di Milano e organizzato dal think tank MiWorld e dalla fondazione Corriere della Sera. 800 persone dai 18 ai 75 anni sono state intervistate da Makno, che ha condotto la ricerca, insieme a selezionati opinion maker per capire le origini e l’impatto della corruzione in Italia.

Come ricorda Franco Anelli, rettore dell’Università Cattolica, dal 2010 ad oggi sono 14 i provvedimenti e dieci le leggi su corruzione e trasparenza emanate, a cui si aggiungono leggi regionali e decreti ministeriali. “Abbiamo una ridondanza normativa, si ha l’impressione dell’inseguimento costante di un fantasma, un morbo duro da sradicare” ha affermato Anelli.

La ricerca è stata introdotta da Mario Abis, presidente di Makno e da un intervento di Francesco Micheli, finanziere e cofondatore di MiWorld che si è concentrato sugli aspetti politico finanziari.

Abis ha messo in evidenza come ci sia la percezione di una corruzione sistemica: il 72% del campione ritiene che sia molto diffusa, contro il 2% che sostiene il contrario. In particolare sarebbe diffusa – per l’81% – tra i politici. Negli ultimi 15-20 anni si è assistito a una crescita, lo pensa più del 60%. La ricerca sottolinea che ‘chi consuma più cultura ha una maggior consapevolezza rispetto al portato endemico della corruzione’. I costi sociali, e non solo economici, legati a questa piaga, sono un aumento delle disuguaglianze e il progressivo disinteresse verso il bene pubblico. Se una buona parte del campione intervistato (45%) pensa che servano norme più severe, ancora di più (88%) ritengono che gli investimenti in cultura e arte non siano adeguati, di molto inferiori a quelli che sarebbe giusto fare. Abis ha aggiunto che la cultura promuove la corresponsabilità individuale nella gestione del bene comune, ed è la base per la cultura di governo. Un antidoto alla corruzione sembrano essere le nuove generazioni, per il prevalere di una cultura meritocratica. Le nuove generazioni rappresentano “un elemento di rottura nella linearità che ha caratterizzato il trend di aumento della corruzione nel tempo” continua la presentazione.

Micheli ha sottolineato come il diminuire degli investimenti nella cultura ha peggiorato la situazione generale e la perdita di 15 punti di Pil in pochi anni è la fotografia del costo del malaffare. La proposta che fa è di selezionare manager preparati per la gestione dei beni culturali e usare strumenti finanziari utili come la securitizzazione. Copiare il successo avuto dal Louvre, è possibile, perché non dovrebbero averlo anche Brera e gli Uffizi, si domanda.

Alla presentazione è seguita una tavola rotonda moderata dalla direttrice dell’Huffington Post Lucia Annunziata a cui hanno preso parte Ivanhoe Lo Bello, vicepresidente di Confindustria, Livia Pomodoro ex presidente del tribunale di Milano e oggi presidente del Milan center for food and law policy e animatrice del teatro No’hma, l’ex direttore del Sole 24 Ore e oggi presidente del centro Einaudi di Torino Salvatore Carrubba, Giovanni Puglisi, rettore dello Iulm di Milano e presidente di Unesco Italia e Gianluca Vago, rettore dell’Università degli Studi e Giovanni Azzone rettore del Politecnico.

In conclusione, Giuliano Amato, due volte presidente del Consiglio e oggi giudice della Corte costituzionale invita a non abbattersi: “Noi italiani non abbiamo l’esclusiva della corruzione che c’è anche altrove, la percezione non sempre riflette la realtà. L’alto tasso di percezione della corruzione è indotta dal ribellismo, un tratto, questo sì, tipicamente italiano”.