07 maggio 2015 | 17:47

Tecnologia e scambi commerciali, le due anime del programmatic buying che sta rivoluzionando il mondo dell’advertising. L’intervento di Arun Kumar, presidente di Cadreon, al prossimo Festival of Media Global

In occasione del ‘Festival of Media Global’, in programma a Roma dal 10 di maggio, Arun Kumar, global president di Cadreon, la piattaforma di Audience Management del gruppo Ipg Mediabrands, ha anticipato alcuni temi che tratterà nel suo intervento di martedì 12. Nella sua riflessione, Kumar si concentra principalmente sul valore del programmatic advertising, sui cambiamenti che ha generato nel mondo del marketing,

Arun Kumar (credits: Zona Foto)

a cominciare dalla spinta data ad agenzie e concessionarie ad abbracciare la tecnologia per “stare al passo con i tempi”, e su quale sia la sua centralità per rendere le campagne sempre più efficaci.

“Tre anni fa, il programmatic buying era una stella nascente con la promessa di scuotere il mercato pubblicitario dal suo compiacimento. Oggi esso ha senza dubbio varie sfaccettature ed è possibile affermare che, innegabilmente, sia stato messo in atto il cambiamento tanto promesso. Anche se la percentuale della spesa pubblicitaria relativa al programmatic rispetto alla spesa sul mezzo digitale totale varia dal 10% al 40% (aprendo così la prima vera sfida al modello d’acquisto basato sulla search di Google), il suo impatto si fa sentire su più canali e, più in generale, sull’ecosistema di negoziazione dei media.

L’industria pubblicitaria è storicamente sempre stata molto lenta nello stare al passo con le tecnologia. L’ascesa delle tecnologie programmatiche ha costretto le agenzie e le concessionarie ad apprezzare il suo ruolo e il contributo che essa può apportare al mercato. Al centro del cambiamento si trova il desiderio di qualsiasi marketer: “voglio pagare di più per parlare con le persone che possono materialmente comprare il mio prodotto, in un tempo e luogo che siano favorevoli sia per il mio consumatore sia per il
mio brand”. Anche la TV, nonostante gli elevati investimenti pubblicitari che gli gravitano attorno, non ha mai pienamente soddisfatto tale desiderio. Il programmatic ha reso questo sogno sempre meno una fantasia, trasformandolo in una realtà potenziale nel prossimo futuro.

Troppo spesso, le obiezioni tendono a concentrarsi intorno alla possibilità o l’impossibilità di attuazione di questo cambiamento nella modalità di acquisto: secondo alcuni le emittenti televisive non accetterebbero mai di vendere spazi in modalità programmatic e gli editori non permetteranno che i loro prodotti vengano venduti a un prezzo eccessivamente basso. Insomma, chi più ne ha più ne metta. Parlando in gergo strettamente tecnico, collegato all’intento principale dell’advertiser, il programmatic ci permette semplicemente di contattare quelle persone che sono ritenute essere più facilmente propense alla conversione (usando il termine in un’accezione ampia), utilizzando i dati e le tecnologie, e di pagare in modo proporzionale ad ogni media.

Le due componenti in gioco sono la tecnologia e gli scambi commerciali. La tecnologia consente di raccogliere dati, di monitorare in tempo reale i comportamenti del target e di semplificare la consegna dei messaggi per migliorarne l’efficacia. Gli obiettivi commerciali sono stati progettati per migliorare il valore e ridurre i costi. Che questo avvenga attraverso uno scambio basato su un sistema ad asta o su un mercato privato, il suo valore per un inserzionista non viene meno. Il reale impatto di questi ultimi tre anni si farà sentire attraverso l’automazione non programmatica, almeno non nel modo in cui noi la intendiamo oggi. A prescindere dal fatto che il programmatic buying raggiunga i livelli attesi o meno, i principi che ha messo in atto guideranno il media planning e il buying nel futuro.

Così come l’ecosistema si evolve e i consumatori diventano sempre più consapevoli del valore dei loro dati e cercano di evitare attivamente pubblicità per loro irrilevanti, allo stesso modo essi cercheranno di accrescere il valore di scambio delle loro informazioni personali. Ciò consentirebbe agli inserzionisti di migliorare l’efficacia in modo proficuo su scala oggi non ancora visibile. Questo renderebbe quasi irrilevanti concetti come “visibilità” o “frode”. Quando si sa esattamente quello che ogni esposizione al messaggio pubblicitario apporta al proprio business, è altamente improbabile che si voglia spendere soldi su impression che non sono reali.
Questa è la promessa, almeno. Se guardiamo alla storia della tecnologia programmatica, è possibile affermare che essa si tramuterà in gran parte in realtà. Gli inserzionisti che non sono preparati ad affrontare questo nuovo approccio al marketing vacilleranno e perderanno il loro vantaggio competitivo.
L’ipotesi che i grandi budget, e l’influenza che ne deriva, porteranno da soli il valore e il business che si desidera sarà consegnata alla storia. Più agili sarete, grazie all’abilità di combinare insieme i dati, la tecnologia e i media, più valore otterrete dall’ecosistema più ampiamente inteso. Si tratta davvero di una scelta semplice e c’è una ricompensa enorme per chi saprà prendere le decisioni giuste”.