12 maggio 2015 | 16:16

Con le dimissioni di Rita Querzè decade il Cdr del ‘Corriere della Sera’. Il 21 maggio i giornalisti torneranno a votare i loro rappresentanti sindacali

I giornalisti del Corriere della Sera hanno deciso ieri in assemblea che il 21 maggio torneranno a votare il comitato di redazione. Infatti, una dei componenti, Rita Querzé, ha deciso venerdì di passare la mano. E poiché il regolamento interno prevede che alle seconde dimissioni (la prima, quella di Biagio Marsiglia, c’è stata il 2 ottobre, subito dopo le elezioni dell’attuale organismo sindacale) il Cdr decada, il ricorso alle urne è inevitabile.

Rita Querzé

Rita Querzé

Le dimissioni di Querzé sono arrivate dopo che nell’assemblea del 5 maggio, preliminare al voto di gradimento al nuovo direttore, erano state espresse alcune critiche alla rappresentanza sindacale in merito, tra l’altro, alla gestione dell’accordo del 2013 che prevede il riassorbimento di alcuni precari.
A questo punto, il prossimo Cdr dovrà affrontare una serie di problemi delicati tra cui, oltre alla gestione dello stato di crisi in corso (entro il 31 ottobre dovranno lasciare il Corriere 37 giornalisti), la probabile richiesta di nuovi sacrifici.

La lettera di dimissioni di Rita Querzé:

Cari colleghi,
rassegno le dimissioni dal ruolo di rappresentanza che mi avete affidato nel comitato di redazione. Si tratta di dimissioni meditate. Ho massimo rispetto del contributo dei colleghi con cui ho fatto questo tratto di strada e con cui ho condiviso fatiche. Ma su alcuni punti le idee sono diverse. Cercherò qui di chiarire i più importanti.
1) La comunicazione. Il nostro cdr ha comunicato poco con la redazione. Questione formale e di scarso rilievo, si potrebbe dire. Non credo. Rispondere alle mail dei delegati e dei colleghi che ti hanno affidato il compito di rappresentarli è la grammatica di base per chi svolge questo tipo di compito. Per di più ignorare o sfuggire al confronto non solo non risolve i problemi ma alla lunga diventa masochista: prima o poi qualcuno ti chiederà conto di quello che stai facendo.

2) La questione dei precari. Come alcuni di voi sanno, il cdr ha chiuso nei primi giorni di marzo un accordo riguardo alla regolarizzazione dei precari. Si parla di 21 colleghi i cui nomi sono nelle liste dell’accordo firmato ad aprile 2013 dal precedente cdr. L’azienda si era impegnata allora ad assumerli alla fine dello stato di crisi (31 ottobre 2015). Nel frattempo sono intervenute le nuove norme del Jobs Act e le tutele ridotte sul licenziamento. Come da mandato della redazione, l’obiettivo era impostare una negoziazione con l’azienda che consentisse l’assunzione dei colleghi con le tutele piene sul licenziamento. L’accordo è stato raggiunto. Articolo 18 per tutti in cambio della disponibilità di 9 colleghi all’interno del gruppo dei 21 a ritardare l’assunzione fino a un massimo di 8 mesi (giugno 2016). Il tutto senza più stacchi tra un contratto e l’altro e con una lettera in tasca in cui l’azienda si impegna all’assunzione entro la data concordata e con tutele piene. Piu un incentivo economico per chi ritarda l’assunzione.
Resto convinta che sia un ottimo accordo. Frutto di un lavoro di squadra del cdr portato avanti tra mille difficoltà. Il problema è che poi abbiamo mollato il risultato a un passo dal traguardo. Ed è questo il mio cruccio.
Ai colleghi è stata offerta la possibilità di decidere chi doveva slittare e chi no. Per mille motivi il criterio non è stato trovato. Colpa loro, quindi, se l’intesa non è ancora andata in porto? Io la penso diversamente. Sono convinta che il cdr, di fronte alle difficoltà nell’assunzione di responsabilità individuali, avrebbe dovuto prendere in mano la situazione e affidare come da prassi la tempistica delle assunzioni alla direzione. Priorità era chiudere l’intesa prima del 23 aprile, data della nomina del nuovo cda che poi avrebbe provveduto anche alla designazione della nuova direzione. Nuova direzione, nuova governance aziendale: ce n’era abbastanza per mettere a repentaglio l’accordo. Per fortuna le cose sono andate diversamente, ci sono ancora oggi le condizioni per chiudere quell’intesa. Da parte mia mi rendo disponibile anche a congelare le dimissioni per il periodo necessario a chiudere l’accordo se questo potesse essere di utilità ai colleghi.

3) L’accordo sullo stato di crisi futuro. Su questo credo che il cdr non avrebbe dovuto lasciare spazio a equivoci. A tutti noi piacerebbe che il prossimo stato di crisi non ci fosse e magari l’azienda si dedicasse a un bel piano di assunzioni. Ma così non è. Resto convinta che fare sindacato voglia dire tenere i piedi per terra e portare a casa le migliori condizioni possibili nella situazione data. Bene: nella fase che stiamo attraversando l’accordo chiuso dal precedente cdr (e approvato dalla redazione con un referendum) è l’unico argine concreto alla piena che sta per arrivare.

4) Un sindacato di proposta. Con molta difficoltà nei mesi scorsi come cdr abbiamo messo a punto un forum-seminario sul tema del futuro dell’editoria, in vista della possibile cessione a Mondadori di Rcs Libri. Ci hanno lavorato alcuni di voi, che qui ringrazio. L’appuntamento avrebbe dovuto essere lunedì in sala Buzzati alle 15. Il cdr ha ritenuto di rinunciare all’iniziativa. Io credo che, a parte il disagio con i relatori che avevamo invitato, sia stato un peccato tirarsi indietro rispetto a un’iniziativa chiesta dalla stessa assemblea. Un cdr dimissionario può continuare a fare il suo lavoro finché non se ne insedia uno nuovo. A parte il singolo episodio, sono convinta che un cdr non possa limitarsi all’ordinaria amministrazione ma debba stimolare la produzione di un pensiero collettivo. Anche così si acquisisce autorevolezza. Anche così si difendono i posti di lavoro.

Cari colleghi, sono stata lunga ma non ne potevo fare a meno. La chiarezza in questi casi è importante. Come avrete capito la mia non è una scelta emotiva ma ponderata. Mercoledì in assemblea la rappresentazione davanti ai miei occhi dello scollamento tra azione del cdr e sentire della redazione mi ha fatto solo accelerare una decisione che stavo già meditando. Rispetto il lavoro che i miei colleghi del Cdr hanno fatto con passione e dedizione e ammetto tutti i miei numerosi limiti ma non posso restare in un Cdr senza portare avanti le istanze che vi ho appena rappresentato e su cui credo di dover dare conto non solo ai 168 che mi hanno votato ma a tutta la redazione. D’altra parte non credo nemmeno che abbia senso mettere sotto pressione dall’interno un organo di rappresentanza soltanto per piantare la bandierina della propria diversità di opinioni. In tempi difficili come questo, al contrario, è necessario un cdr omogeneo e coeso, con una linea condivisa. Per quanto riguarda il futuro chiarisco subito di non avere intenzione di ricandidarmi. Resto a disposizione per qualunque chiarimento e – come è ovvio – per il lavoro del cdr da qui all’insediamento della nuova squadra.
Grazie a tutti