18 maggio 2015 | 9:06

In barba al tetto, quarantadue manager e giornalisti Rai hanno continuato a prendere super-stipendi da oltre 240mila euro l’anno. Dovranno restituire il surplus

La Repubblica 16/05/2015 - Rai batte il pugno Taglio agli stipendi per 42 top manager “E dovete restituire un anno di surplus”. ROMA. Quarantadue alti papaveri, top manager e giornalisti della Rai hanno ricevuto, in queste ore, una di quelle telefonate che ti rovinano il week-end. Anche di più. L’Ufficio del Personale li ha convocati uno ad uno perché firmassero una lettera. C’era scritto che il loro stipendio veniva tagliato, e a partire da subito. Con la busta paga di maggio, questi dipendenti (Giancarlo Leone, Antonio Marano, Lorenza Lei, tra gli altri) avrebbero ricevuto il corrispettivo mensile di 240 mila euro lordi annui. Non solo.

I quarantadue alti papaveri, top manager e giornalisti – c’è scritto – dovranno restituire all’azienda le somme eccedenti i 240 mila euro che hanno ricevuto a partire da maggio del 2014 (cioè da un anno).
A maggio del 2014, viene convertito in legge il decreto del governo per la Competitività e la Giustizia sociale. Lì dentro è stabilito che i dipendenti pubblici possono guadagnare massimo 240 mila euro (che è poi l’emolumento del Capo dello Stato). Il direttore generale della Rai, Luigi Gubitosi, si abbassa subito lo stipendio a 240 mila euro e annuncia che imporrà lo stesso tetto a tutti. Ma subito il direttore generale viene investito dall’onda d’urto delle lettere di (molti) dipendenti che si oppongono al taglio. E le loro lettere di diffida, in qualche caso, sono accompagnate dai pareri di quotati giuslavoristi che sostengono una precisa tesi.
Secondo questi esperti, la legge dei 240 mila euro non si applica a Viale Mazzini. La Rai, certo, è un’azienda a totale controllo pubblico. Ma opera – questa è la tesi dei giuristi – come una Spa di diritto privato. Ed anche i suoi contratti di lavoro sarebbero di natura privatistica. Messo di fronte a questi pareri, Gubitosi si ferma.
Congela la pratica e, a sua volta, chiede un parere al ministero dell’Economia. Il quale investe della questione l’Avvocatura dello Stato. E l’Avvocatura, sia pure con qualche esitazione, afferma (pochi giorni fa) che il tetto di 240 mila euro vale anche per la televisione pubblica.