08 giugno 2015 | 14:34

Non mi proponevo di cambiare l’Italia ma il giornalismo sì. Eugenio Scalfari parla della sua Repubblica

(La Repubblica)  «Non mi proponevo di cambiare l’Italia. Però volevo cambiare il giornalismo». Che Eugenio Scalfari, con i due giornali che ha fondato, L’Espresso e la Repubblica, ci sia riuscito, non è in discussione. Sarebbe bello invece sapere da lui stesso come lo ha fatto.

Eugenio Scalfari, fondatore di Repubblica (foto Olycom)

Eugenio Scalfari, fondatore di Repubblica (foto Olycom)

Eppure, nello scaffale dei libri che ha scritto come giornalista, filosofo, narratore, manca la storia di Repubblica, che si affacciava sul finale di Alla sera andavamo in via Veneto. Perché non hai mai scritto il seguito, gli anni del quotidiano?, gli chiede Simonetta Fiori sul palco del Teatro Carlo Felice di Genova, dove in chiusura della Repubblica delle Idee il fondatore racconta i suoi novant’anni («già novantuno, sto marciando per i novantadue…») intrecciati a un secolo di storia d’Italia. La risposta è una metafora nautica: «Un grande giornale è come un transatlantico che naviga su mari aperti. I macchinisti cosa possono raccontare? Al massimo descriveranno la sala macchine…». Be’, sarebbe interessante anche un racconto di motori e manovelle. Strano bastimento, il giornale fondato nel 1976 con il proposito esplicito di diventare il primo, «figuratevi i commenti», obiettivo raggiunto dopo pochi anni.

«Volevamo cambiare il giornalismo e lo facemmo, prima di tutto il giornalismo politico. Questo già con l’ Espresso , che per noi era l’amplificazione a un pubblico di massa del Mondo di Pannunzio. Abolimmo il pastone dove tutto si confondeva, decidemmo di scegliere, di andare addosso al cuore della giornata. Era una lettura orizzontale, su una linea che andava dalla sinistra socialista di Lombardi alla Banca d’Italia di Carli, dai liberali alla sinistra extraparlamentare. Nelle foto di Moro prigioniero, le Br gli misero in mano una copia di Repubblica , eppure avevamo scelto la linea della fermezza. La nostra lettura dell’Italia era
trasversale». (…)

“Non volevo cambiare l’Italia volevo cambiare il giornalismo” (La Repubblica, 8 giugno 2015)