08 giugno 2015 | 16:30

“Abbiamo un dovere morale a pagare i contenuti”. L’opinione della società di media monitor Signal che propone un modello alla Spotify per i contenuti online

David Benigson a capo della compagnia di media monitor Signal su PressGazette si interroga se sia giusto o meno non pagare chi produce contenuti quando questi vengono utilizzati da terzi per esempio aggregati in newsletter.

David Benigson

David Benigson, fondatore di Signal

“Google e altre aziende come la mia non pagano per le news sulle quali invece dipendono i loro profitti”. Il dibattito sul copyright e la sua remunerazione risale agli inizi del web ma è scoppiato nel 2011 quando la Nla (Newspaper licensing agency) ha introdotto una nuova licenza online. La scorsa estate un tribunale ha stabilito che le società di media monitor e rassegne stampa e i loro clienti devono pagare gli editori quando usano i contenuti per scopi commerciali.

Media research company Meltwater, backed by the Public Relations Consultants Association (PRCA), took the NLA through the British and European courts, a journey that only ended last summer with a ruling that media monitors and their clients should pay publishers when they use their content for commercial reasons.

Ma questa nuova normativa lascia fuori i motori di ricerca che guardagnano dalle pubblicità che appaiono lungo le pagine di ricerca e coloro che aggregano contenuti online, come anche Signal. “Sebbene molte di queste organizzazioni sicuramente approfittano di questo stato di cose, credo che abbiamo il dovere morale di pagare i contenuti da cui il nostro business è formato” continua Benigson.

While many of these organisations undoubtedly appreciate the free ride, I believe we have a moral duty to pay for the content on which our businesses depend.

Ma come fare a pagare? Non c’è infatti una regolamentazione della materia, attualmente la licenza sviluppata dall’Nla si focalizza sul numero di copie. Come fare nel caso che si tratti di link per esempio? Per Benigson il modello deve essere quello già utilizzato nel settore della musica: “Quando danno i loro contenuti a piattaforme come Spotify le etichette discografiche sanno che riceveranno una piccola ‘fee’ tutte le volte che un brano è ascoltato, questo ha portato solo in Gran Bretagna, al raddoppio dei proventi da diritto d’autore dal 2008 al 2012, potrebbe salvare l’intera industria editoriale”.

When they committed their content to platforms like Spotify, music labels knew that they would get a small fee every time a track is played anywhere in the world. Media futurist Gerd Leonhard calls this “music like water” – on-tap content whose every click generates a payment for its originators. This caused licensing revenue from online sources to double between 2008 and 2012 in the UK alone, surpassing even money paid from radio income, according to PRS For Music. Arguably, it could save the whole industry.

In conclusione il modello che gli editori dovrebbero adottare è delle “news ovunque”, diffuse, consentendo il riuso dei contenuti, con una piccola royalty da incassare ogni volta, una licenza però solo “business-to-business”. “Ciascuno ne beneficerebbe- conclude Benigson – se solo ci muoviamo a riformare il settore in questo preciso istante”.

http://www.pressgazette.co.uk/content/why-news-publishers-should-end-googles-free-ride-and-adopt-spotify-style-business-model