22 giugno 2015 | 13:10

Marinella Soldi racconta il futuro di Discovery in Italia. E sulla Rai: il suo ruolo fondamentale, ma 15 reti sono troppe

«Sono davvero lusingata, ma sono molto coinvolta in quello che stiamo facendo. Non è il momento per me di affrontare la sfida Rai». Comincia così l’intervista rilasciata da Marinella Soldi e pubblicata oggi su Corriere Economia.

Marinella Soldi (foto Olycom)

La manager racconta Discovery Channel in Italia, sottolineando la crescita della share da 0,4 a 7,5% nel giro di 5 anni, un risultato che piazza il nostro Paese “tra i 10 Paesi più importanti per Discovery, presente in oltre 220 nazioni, e che ha contribuito fattivamente a far sì che il fatturato internazionale superasse per la prima volta quello Usa”. Una share che, puntualizza il Corriere, arriva al 10% se si considera la fascia 15-64 anni, la più interessante per gli investitori pubblicitari, con i marchi Real Time, Dmax, Eurosport, Focus fino ad arrivare a Dee Jay, con la quale il gruppo americano punta ad entrare nelle tv generaliste, perchè “la tv in Italia ha un ruolo centrale nella vita di tutti”.

“Quando siamo entrati sul mercato italiano abbiamo dovuto scegliere, mentre ora che abbiamo una certa solidità possiamo guardare sia ai numeri di oggi, investendo nella tv generalista, sia a quelli di domani, con Dplay, il servizio di entertainment video streaming gratuito che permette di vedere ovunque tutti i nostri programmi dell’offerta gratuita”, racconta la Soldi che, alle inevitabili domande sulla Rai risponde: “come Discovery dichiariamo il suo ruolo fondamentale, una televisione finanziata dal canone e slegata dagli ascolti”, puntando però il dito sul numero di reti della tv pubblica, 15 in tutto: “Sono troppe, non esiste in alcuna altra parte del mondo. Occorre focalizzazione e chiarezza tra l’anima pubblica e i canali finanziati dalla pubblicità”.

Parlando dei contenuti promette approfondimenti e documentari: “Il pubblico ha interesse a conoscere la realtà che cambia. Per questo faremo molti approfondimenti. Io vengo da una cultura anglosassone dove il racconto non è polemico o giudicante, ma incisivo e completo e poi lascia al lettore lo spazio per assumere le proprie decisioni”.

Chiusura ottimista per la manager che rinfaccia ai media italiani uno spirito troppo negativo: “Ho letto di recente che sui telegiornali italiani c’è una maggior concentrazione di cronaca nera rispetto agli altri tg europei. Ora, non dico che si debba ricorrere ai plastici americani e vedere solo rosa, ma penso che davanti alla crisi si debbano evidenziare anche gli aspetti positivi. Noi siamo nati dentro alla crisi, in Spagna abbiamo investito nel 2012 quando tutti scappavano, in Italia abbiamo creato centinaia di posti di lavoro durante la crisi…”