Editoria

03 luglio 2015 | 15:38

Giornalisti: dal 2011 almeno 30 condanne per diffamazione. I dati del ‘Rapporto Ossigeno’ illustrati alla Camera dei deputati

(ANSA) Da ottobre 2011 a maggio 2015 i giudici italiani hanno inflitto condanne a pene detentive per diffamazione almeno trenta volte ad altrettanti giornalisti, fotoreporter e blogger, per complessivi 17 anni di carcere. L’esecuzione delle condanne è stata sospesa, tranne per Francesco Gangemi e Alessandro Sallusti, che hanno scontato alcuni giorni in carcere e in alcuni casi è stata trasformata in multe. Questi dati sono tratti dal Rapporto Ossigeno di cui è stato anticipato il capitolo sulla diffamazione in Italia nel corso di una conferenza stampa alla Sala Stampa della Camera, alla quale hanno partecipato, il vice presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, Claudio Fava, Alberto Spampinato e Giuseppe F. Mennella, direttore e segretario dell’Osservatorio promosso da FNSI e Ordine dei Giornalisti. Il dossier di 40 pagine è intitolato “Rassegna di querele e altre azioni legali pretestuose contro i giornalisti in Italia”. “Le sentenze che prevedono pene carcerarie sono molto numerose, almeno dieci volte più numerose. Il nostro dato è dato parziale – ha sottolineato Spampinato – perché si basa sui pochi casi che riusciamo a conoscere. Il Ministero della Giustizia dispone dei dati completi e il Ministro farebbe bene a pubblicarli, anche nell’interesse dei parlamentari che discutono una modifica legislativa su questo punto senza sapere cosa accade veramente ogni giorno nelle redazioni dei giornali e nei tribunali. Facciamo appello anche ai giornalisti affinché superino la frustrazione e il senso di vergogna che provano quando sono condannati a pene detentive”. Sul testo del ddl di legge in materia di diffamazione, approvato in seconda lettura dalla Camera dei Deputati a giugno 2015 con alcune modifiche, e ora trasmesso al Senato, Alberto Spampinato ha sostenuto che “è l’ennesima occasione sprecata. E’ ormai certo che questa innovazione, quando sarà introdotta, risolverà solo qualche problema ma non allineerà la normativa italiana alla giurisprudenza consolidata della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo”. (ANSA, 3 luglio 2015)