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15 luglio 2015 | 16:22

Il Guardian scova i dati di Google sulle richieste per eliminare link sconvenienti: il 95% proviene da comuni cittadini. Ma da Big G chiariscono: risultati di test fermi a marzo

(ANSA) A ricorrere al diritto all’oblio, con cui la Corte di Giustizia Ue ha garantito il diritto a vedere cancellati sui motori di ricerca i link a notizie su una persona ritenute “inadeguate o non più pertinenti”, sono quasi solo i comuni cittadini.

Larry Page

Larry Page, ceo di Google

Stando ai dati scovati dal Guardian, e mai resi noti da Big G, meno del 5% delle richieste è su informazioni riguardanti crimini, politica e figure pubbliche. Questi, invece, sono gli unici casi apparsi sui media. Le percentuali si riferiscono a circa 118mila richieste pervenute a Google tra maggio 2014 e marzo 2015, mentre ora la cifra è salita a oltre 280mila. In base a quanto riporta il quotidiano, che ha scoperto i dati nel codice sorgente del report della compagnia sulla trasparenza, i casi di privati cittadini che si sono rivolti a Google per veder cancellati dei link vanno da una donna finita in articoli di cronaca dopo la morte del marito a una che ha chiesto la cancellazione del proprio indirizzo, fino a una persona che ha contratto l’Hiv un decennio fa. Tra le richieste dei privati, il 95,6% del totale, Google ne ha accettate il 48% e ne ha rifiutate il 37%, mentre le restanti sono ancora al vaglio. Cifre diverse riguardano il rimanente 4,4% dei casi, che la società di Mountain View ha diviso in 4 categorie: 1.025 richieste sono inerenti alla protezione dei bambini e di queste ne sono state accettate il 17%; 2.297 hanno a che fare con la politica (accettate il 23%); 2.102 sono di figure pubbliche (accettate il 22%); e 4.112 rientrano nella categoria “crimini seri” (accettate il 18%). (ANSA, 15 luglio 2015)

Diritto oblio: Google, dati riguardano test, non affidabili  

(ANSA) “Abbiamo sempre puntato ad essere il più trasparenti possibile sulle decisioni in tema di diritto all’oblio. I dati che il Guardian ha trovato nel codice sorgente del nostro Transparency Report naturalmente vengono da Google, ma erano parte di un test per capire come classificare al meglio le richieste ricevute. Abbiamo interrotto il test a marzo scorso perché i dati non erano abbastanza affidabili per la pubblicazione. Stiamo comunque lavorando per migliorare le modalità di reporting in tema di trasparenza”: lo dice un portavoce di Google. (ANSA, 15 luglio 2015)