21 luglio 2015 | 15:39

In Inghilterra parte la riforma della Bbc. Il ‘Fatto’ analizza analogie e differenze con il ddl Rai

(Fattoquotidiano.it) I conservatori inglesi cominciano ad affilare gli argomenti per ridimensionare la Bbc. Il più sostanziale è il seguente: a che diavolo serve la Bbc oggi, visto che le scelte a portata del consumatore sono numerose come non mai, senza bisogno di una azienda di Stato che provveda ad arricchirle?

Tony Hall, Bbc director general

Tony Hall, Bbc director general

Non è ora di riequilibrare il sistema della tv verso il mercato, magari rendendo meno ingombrante e distorsiva la presenza della Bbc? E questa “diversa” Bbc quanto deve farsi pagare (qui si parla del canone del quale ad oggi norme draconiane impediscono la evasione)? E chi la deve comandare (qui c’è la questione della indipendenza rispetto al Governo in carica)?.

Temi golosissimi oggi in Italia visto che il ddl Rai è giunto alla discussione nell’aula del Senato, e lì di certo risuoneranno considerazioni e argomenti estratti dal dibattito avviato in Inghilterra. Anche se, prima di aprire bocca, ognuno dovrà avere presente che il sistema della Tv inglese non potrebbe essere più diverso da quello italiano. Intanto perché è effettivamente un “sistema”, cioè un insieme di parti indipendenti, ma collegate da un unico disegno: lo sviluppo del soft power inglese, attraverso la ideazione, produzione e commercializzazione di prodotti di ogni genere: informazione, racconti, giochi, documentari. Tant’è che quando le leggi inglesi parlano di “Public tv service” si riferiscono all’insieme della tv che comprende sia le aziende di Stato (Bbc e Channel Four) sia quelle private che operano sui canali terzo e quinto. E le norme, strategiche, che regolano diversi aspetti e perfino alcune procedure interne delle tv inglesi, valgono in eguale misura per qualsiasi televisione inglese, pubblica o privata che sia.

In Italia, invece, si intende per servizio pubblico non il “fare televisione” in sé per sé, ma il corpo stesso dell’azienda statale Rai. Che quindi continua ad essere il “servizio pubblico” indipendentemente da quello che fa e che provoca, anche se si riduce, come da decenni accade, a fare da spalla monopolistica a un privato nelle cui faccende l’interesse pubblico c’entra come i cavoli a merenda.

In altri termini, parlando del ruolo e della governance della Bbc, i conservatori inglesi si riferiscono a un ipotetico riequilibrio di influenza tra una azienda statale fortemente sovvenzionata (il triplo della Rai) “dentro” il Public tv service e gli altri partecipi del service medesimo. Da noi invece è esattamente il Public tv service, la sua logica sistemica e strategica, che mancano e andrebbero fondate, per farci recuperare il ritardo mostruoso di cui soffre la nostra capacità di parlare televisivamente al mondo, capacità decisiva per l’affermarsi dello stile italiano e del nugolo di merci che lo concretizzano. Che è poi, al nocciolo, la sostanza della discussione sul ddl Rai e delle deleghe che, al di là della questione della governance, esso contiene.

E così, se e dove andranno a sbattere i conservatori inglesi, non sappiamo, e per questo seguiremo attentissimi il dibattito che pare occuperà i prossimi dodici mesi. Sempre sperando che nessuno, guardando ai fatti loro, offra alibi a chi continuerebbe, se appena potesse, a ingrassare indisturbato sui fatti nostri.