24 luglio 2015 | 10:38

Financial Times ai giapponesi. Il ruolo dei contenuti nell’era del web secondo il ‘Corriere’: fondamentale la contiguità tra informazione autorevole e specializzata e produzione di dati

(Corriere.it) Colpiscono subito due fattori nell’acquisto da parte della società giapponese Nikkei del principale giornale finanziario europeo, il Financial Times: il primo è la natura geoeconomica dell’operazione. Il secondo va più al cuore della vicenda e riguarda il ruolo e l’evoluzione dei contenuti di qualità nell’era della disintermediazione legata a Internet.

Lionel Barber

Lionel Barber, direttore del Financial Times (foto Huffingtonpost.com)

La lettura geoeconomica
Il mercato è fatto di domanda e offerta e, in questo caso, è evidente che deve aver vinto la proposta finanziariamente più rilevante (1,29 miliardi di dollari in contanti, che di questi tempi valgono il doppio visto che molte operazioni si chiudono carta contro carta, se non carta contro debiti). Ma il tempio dell’informazione economica del Vecchio continente che passa sotto la potenza asiatica si trascina dietro il sapore, probabilmente romantico, di una perdita di centralità. L’«Ft» è uno dei pochi giornali che ha trovato — non dal punto di vista editoriale, ma da quello del modello di business — un equilibrio che gli permetteva di guardare senza eccessive ansie al proprio futuro. Che non ci fosse nessuna grande realtà europea pronta a offrire altrettanto è comunque un segnale su cui meditare (secondo il giornale tedesco «Spiegel» online Axel Springer, primo gruppo editoriale europeo, era della partita).
Il ruolo dell’informazione
Dal punto di vista dei contenuti, la proprietà perde però di significato: oggi più che mai i contenuti di qualità veicolati dal più potente mezzo di distribuzione di massa che sia mai stato inventato, Internet, non hanno bisogno di un passaporto. Più rilevante sembra essere la contiguità tra informazione autorevole e specializzata e produzione di dati. Nikkei è la società editoriale che possiede la proprietà intellettuale dell’omonimo principale indice di Borsa giapponese (nonostante i dieci anni di stagnazione del Paese, rimane uno dei listini di rilevanza mondiale). Sui dati si fondano vendite e acquisti, sugli indici si calcolano i valori dei derivati e si prendono decisioni strategiche e non solo tattiche. Il Nikkei che possiede l’«Ft» non è un caso anomalo se si pensa all’impero Bloomberg che acquistò «BusinessWeek» o, ancora, al «Wall Street Journal» e all’agenzia «Dow Jones» che dà il nome anche all’indice Dow Jones. Peraltro in passato anche l’«Ft» aveva il suo indice di Borsa: anche se ormai sono in pochi a ricordarlo il Ftse (da cui il Ftse-Mib di Piazza Affari) era l’acronimo di «Financial Times stock exchange». Dunque, il flusso dei soldi ha bisogno di una bussola e questa bussola funziona con gli indici e i dati economici. Ma a loro volta questi sembrano aver bisogno anche di un’autorevole analisi, di commenti, di letture che ne decriptino i segreti.