Protagonisti del mese

28 luglio 2015 | 10:12

Questione di geni

Che sia una faccenda genetica o una buona intuizione di business, a inventare The Post Internazionale sono stati tre figli o nipoti di nomi celebri del giornalismo assieme a due amici. Obiettivo: raccontare sul web ai venti-trentenni cosa succede nel mondo. Dopo tre anni sono dieci in redazione, hanno 300 collaboratori e stanno al 220esimo posto tra i siti italiani più visti

L’amore per il giornalismo si trasmette con i geni come il colore degli occhi o come certe malattie ereditarie? Sembra di sì, almeno nel caso di Giulio Gambino, nipote di Antonio, celebre firma dell’Espresso e di Repubblica, di Stefano Mentana, figlio di Enrico, direttore del tg di La7, e di Davide Lerner, figlio di Gad, altra star del giornalismo stampato e televisivo, tre ragazzi non ancora trentenni che insieme ad altri due ex compagni di scuola, Saverio Bersani (psichiatra che esercita a San Francisco, ma che nulla ha a che vedere con l’ex segretario del Pd) e Adriano Pagani, consulente di Bain & Company, un anno fa hanno deciso di investire 118mila euro in una società editoriale – The Post Internazionale srl – per lanciare un quotidiano on line dedicato all’informazione internazionale, appunto. Nato nel 2012, The Post Internazionale, o TPI, che sta tirando a poco a poco fuori la testa nell’affollato mondo dell’informazione sulla Rete, è diventato oggetto dell’interessamento velenoso di un blogger e conduttore radiofonico, Matteo Bordone, prontamente ripreso dal Giornale, nel momento in cui Roberto Saviano (tanto amato a sinistra quanto detestato a destra) ha deciso di essere presente con il suo blog su TPI attirando l’attenzione sul sito, com’era negli auspici dei fondatori. E allora via con le accuse di aver furbescamente scelto una testata che clonava i nomi dei successi giornalistici nostrani come Internazionale e Il Post per trarne vantaggi nei meccanismi di ricerca su Internet e creando confusione presso i lettori dei due scafati concorrenti.

Motori dell’iniziativa Giulio Gambino, classe 1987, direttore della testata, e Stefano Mentana, stessa età e stesso liceo, il Visconti, che insieme al Mamiani e al Tasso è stato l’incubatore della migliore gioventù romana. Alto, biondo e loquace il primo. Minuto, scuro di capelli, grandi occhi preziosi il secondo, raccontano di questa combriccola di compagni di scuola, cinque persone che decidono di investire su un progetto giornalistico sulla Rete invece di sputtanarsi i soldi in viaggi e belle macchine e approfittare di cognomi celebri per assicurarsi un posto in una redazione. “Dopo aver finito l’università a Londra ho vinto una borsa di studio alla Columbia University nel 2010”, dice Giulio Gambino. “In un mercato presidiato da Internazionale e Limes, vagheggiavo un settimanale di carta che si occupasse di politica internazionale e che fosse una via di mezzo tra i due, qualcosa fatto da italiani, per gli italiani, in italiano”. Notato il mio sconcerto, aggiunge: “Beh, cinque anni fa era ancora un progetto pensabile…”. Chiosa Stefano Mentana: “Oggi sarebbe una follia”. E i due – folli non lo sono nemmeno un poco – hanno cominciato a mettere insieme una redazione virtuale che si incontrava tre volte l’anno: a Natale, a Pasqua e d’estate. “In Italia ho cercato qui e là, ho chiesto consigli ad amici di mio nonno, come Eugenio Scalfari, che mi suggerì di rivolgermi a Lucia Annunziata che stava aprendo l’Huffington Post. Io però non volevo rassegnarmi a pubblicare un blog, ma continuavo ad accarezzare l’idea di un sito verticale di informazione. Un giornale che parlasse non di politica estera, ossia delle politiche interne dei vari Paesi, ma del mondo, delle storie che lo abitano. Con Stefano abbiamo ragionato. Lui è più prudente di me e più saggio. Se non ci fosse lui, io non sarei qui”. Stefano abbassa gli occhi sorridendo appena. Chiedo a Gambino come l’abbia presa suo padre. “Mio padre Simone, che non è giornalista e si è occupato di divulgare lo sport del cricket in Italia, mi ha sempre spinto ad andare all’estero, a trovare una mia dimensione. Così ho fatto. Londra prima, New York dopo. Ma io volevo tornare a Roma perché questa città e questo Paese mi piacciono immensamente”.

L’articolo integrale è sul mensile Prima Comunicazione n. 463 – Agosto 2015