13 agosto 2015 | 12:17

Economist, l’ex direttore Bill Emmott intervistato dalla Stampa: “E’ un’operazione che garantisce l’indipendenza del giornale”

La Stampa 13/08/2015 di Mario Calabresi - Il giornale parla al mondo È normale che abbia azionisti internazionali Contano le idee A PAGINA 11 Bill Emmott è stato il più longevo dei direttori dell’Economist dagli Anni Settanta ad oggi, ha guidato il settimanale britannico per ben 13 anni (1993-2006) trovandosi al centro di non poche polemiche causate dal suo non far sconti a nessuno.

Bill Emmott

Bill Emmott

Da cinque anni è collaboratore della Stampa e quando ieri mattina ho visto la sua firma insieme a quella di tutti coloro che hanno diretto l’Economist (compresa l’attuale direttrice) in calce a un documento che approva il cambio di proprietà sono rimasto stupito. In Italia non lo si farebbe mai, temendo di essere accusati come minimo di piaggeria. L’ho chiamato per chiedergli chi ha avuto l’idea e cosa li ha spinti a sostenere che l’operazione di Exor «rafforza l’identità del settimanale e la sua indipendenza». «Quando Pearson ha deciso di vendere ci siamo sentiti tra noi vecchi direttori e abbiamo deciso due cose: la prima scrivere una lettera al comitato dei garanti dell’Economist raccomandando di continuare a proteggere il giornale da ogni influenza esterna e di salvaguardare quella struttura che a noi tutti aveva garantito un’indipendenza totale, una condizione che ha fatto la fortuna del settimanale tra i suoi lettori. Quando poi abbiamo visto l’accordo con Exor e le nuove regole abbiamo deciso di dichiarare la nostra fiducia nell’operazione, per dire ai giornalisti che secondo noi era garantita la loro indipendenza e per spiegare ai lettori che la nuova situazione era anche migliore del passato». Perché con questa nuova struttura proprietaria la situazione sarebbe migliore? «La situazione è migliore perché c’è un limite più chiaro per i diritti di voto di ogni singolo azionista, anche un azionista di maggioranza come Exor non ha più del 20 per cento dei diritti e questo è garanzia di stabilità per il futuro ed è garanzia che non ci saranno scalate. E poi perché ci fidiamo di chi ha mostrato di rispettare l’indipendenza come valore fondamentale dell’Economist, che vale per i lettori ma anche per la proprietà. La cosa fondamentale per ogni direttore è credere nei valori della testata, sapere cosa significa mantenere la fiducia dei lettori e mantenere l’indipendenza da governi, partiti politici e pubblicità. In questi cinque anni John Elkann ha condiviso questi valori e ora ha dato ulteriori garanzie che mostrano come voglia preservare l’indipendenza per il futuro e la reputazione». La società Economist, di cui fanno parte anche giornalisti, ha deciso di vendere la sede per partecipare all’acquisto di una parte delle azioni che erano del gruppo Pearson, come lo spiega? «Per due motivi: il primo è che per preservare al meglio l’indipendenza era meglio non avere altri azionisti. Il secondo è che con questa operazione si riduce il numero delle azioni in circolazioni e si dà più valore agli azionisti attuali. Ma c’è un motivo di fondo che voglio sottolineare: questo palazzo nel centro di Londra costruito cinquant’anni fa per l’Economist è stato sempre considerato da tutti, direttori, amministratori e giornalisti, come una garanzia. Era da considerare come una risorsa, come un tesoro da usare per garantirsi il futuro. E allora ben venga un trasloco se ci si è comprati l’indipendenza per i prossimi 150 anni».

Prima il Financial Times ai giapponesi ora Exor come azionista di maggioranza dell’Economist, cosa sta succedendo? «Succede che i media si stanno globalizzando: l’Economist è un prodotto che parla al mondo da almeno 50 anni, così fa anche il Financial Times da più di un quarto di secolo e allora è naturale che abbiano azionisti internazionali. Nel mondo globale la tua localizzazione non è fondamentale, sono molto più importanti i tuoi valori e le idee che hai sul futuro dei media». Essendo John Elkann l’azionista di riferimento della Stampa l’operazione rassicura anche noi perché manda un messaggio di fiducia nell’editoria. «Assolutamente, ci dice che esiste un futuro per l’editoria, ci dice che si possono fare investimenti nella convinzione che poi funzioneranno e che ci saranno ricavi. È importante che siano state operazioni di mercato e non filantropiche, altrimenti significava sottolineare una mancanza di valore. Le due acquisizioni di queste settimane mostrano che è sensato scommettere su un’informazione che è capace di essere protagonista nel mondo digitale e nel mondo globale». Qual è la ricetta del successo dell’Economist e della sua longevità? «Il primo ingrediente della ricetta è la chiarezza: è scritto in modo molto diretto e chiaro, non fa perdere tempo ai lettori con giri di parole inutili e spiega le cose a fondo. Il secondo è che garantisce ai lettori tutto il sapere di cui hanno bisogno per capire il mondo globalizzato. Ci riesce perché guarda al mondo, gli altri settimanali e giornali sono principalmente nazionali, sono prima americani, francesi, spagnoli o italiani e poi internazionali, mentre l’Economist è prima internazionale e poi britannico. Infine per la sua indipendenza e per la capacità di produrre non solo notizie e opinioni ma analisi, il futuro è nelle analisi». Nel grande disordine dell’Europa, nella crisi di identità di questi mesi che ruolo può svolgere l’informazione? «La crisi europea è una crisi di mancanza di comprensione, tra i Paesi innanzitutto, ma è anche una grave mancanza di comprensione delle forze che si muovono oggi nel mondo: tecnologia, globalizzazione, crisi finanziaria. In questo quadro un’informazione non partigiana, che sia capace di fare analisi e di spiegare può davvero fare la differenza per portarci fuori da questa crisi».