13 agosto 2015 | 12:29

Netflix svela le prestazioni delle connessioni Internet. Con l’Isp Speed Index avremo un indice medio di velocità del prime time

(Tomshw.it) Quando Netflix sbarcherà in Italia – ormai è confermato ottobre – le prestazioni reali dei servizi Internet di Telecom, Fastweb, Vodafone e gli altri operatori saranno finalmente svelate. Avremo un indice medio di velocità (del prime time) grazie all’ISP Speed Index di Netflix, che mensilmente svela i dati (bitrate) sui provider nazionali dove offre il suo servizio. In pratica analizza il traffico generato dalla clientela di 28 paesi e ne fa una media, includendo velocità minima e massima, nonché tecnologie offerte.


In Europa ad esempio domina il Belgio con una media bitrare di 4,16 Mbps, seguito da Lussemburgo (4,12 Mbps), Svizzera (4,08 Mbps) e Paesi Bassi (4,03 Mbps). Francia e Germania registrano rispettivamente 3,42 e 3,76 Mbps. Da rilevare che l’Europa fa meglio del resto del mondo, perché negli Stati Uniti non si superano i 3,20 Mbps di media.

Ovviamente trattandosi di medie matematiche bisogna approcciare ai numeri con cautela. In alcuni paesi una media alta potrebbe essere correlata a prestazioni diffuse piuttosto allineate, mentre in altri a forti polarizzazioni – pochi che vanno velocissimi e molti che vanno piano.

 


Inoltre bisogna considerare che si parla di medie calcolate nel prime time, quindi in quelle 3 ore di picco quotidiano che per Netflix coincidono con l’ora di cena.

Ad ogni modo gli operatori non potranno più bluffare e rischiano anche brutte figure perché Netflix indica anche i bitrare massimi e quelli minimi mensili – sempre calcolati come media sui clienti. Il migliore in Europa a luglio? Improware in Svizzera con 4,43 Mbps. Il peggiore? A1 in Beglio con 2,84 Mbps.

Aggiornamento. I dati espressi nelle tabelle non indicano le prestazioni assolute dei provider. Sono una fotografia prestazionale dei bitrate raggiunti con il servizio Netflix. Pessimi risultati potrebbero essere legati alla qualità dei servizi Internet oppure a quella della distribuzione dei contenuti, il tipo di dispositivo o la risoluzione dei titoli.ri mattina ho visto la sua firma insieme a quella di tutti coloro che hanno diretto l’Economist (compresa l’attuale direttrice) in calce a un documento che approva il cambio di proprietà sono rimasto stupito. In Italia non lo si farebbe mai, temendo di essere accusati come minimo di piaggeria. L’ho chiamato per chiedergli chi ha avuto l’idea e cosa li ha spinti a sostenere che l’operazione di Exor «rafforza l’identità del settimanale e la sua indipendenza». «Quando Pearson ha deciso di vendere ci siamo sentiti tra noi vecchi direttori e abbiamo deciso due cose: la prima scrivere una lettera al comitato dei garanti dell’Economist raccomandando di continuare a proteggere il giornale da ogni influenza esterna e di salvaguardare quella struttura che a noi tutti aveva garantito un’indipendenza totale, una condizione che ha fatto la fortuna del settimanale tra i suoi lettori. Quando poi abbiamo visto l’accordo con Exor e le nuove regole abbiamo deciso di dichiarare la nostra fiducia nell’operazione, per dire ai giornalisti che secondo noi era garantita la loro indipendenza e per spiegare ai lettori che la nuova situazione era anche migliore del passato». Perché con questa nuova struttura proprietaria la situazione sarebbe migliore? «La situazione è migliore perché c’è un limite più chiaro per i diritti di voto di ogni singolo azionista, anche un azionista di maggioranza come Exor non ha più del 20 per cento dei diritti e questo è garanzia di stabilità per il futuro ed è garanzia che non ci saranno scalate. E poi perché ci fidiamo di chi ha mostrato di rispettare l’indipendenza come valore fondamentale dell’Economist, che vale per i lettori ma anche per la proprietà. La cosa fondamentale per ogni direttore è credere nei valori della testata, sapere cosa significa mantenere la fiducia dei lettori e mantenere l’indipendenza da governi, partiti politici e pubblicità. In questi cinque anni John Elkann ha condiviso questi valori e ora ha dato ulteriori garanzie che mostrano come voglia preservare l’indipendenza per il futuro e la reputazione». La società Economist, di cui fanno parte anche giornalisti, ha deciso di vendere la sede per partecipare all’acquisto di una parte delle azioni che erano del gruppo Pearson, come lo spiega? «Per due motivi: il primo è che per preservare al meglio l’indipendenza era meglio non avere altri azionisti. Il secondo è che con questa operazione si riduce il numero delle azioni in circolazioni e si dà più valore agli azionisti attuali. Ma c’è un motivo di fondo che voglio sottolineare: questo palazzo nel centro di Londra costruito cinquant’anni fa per l’Economist è stato sempre considerato da tutti, direttori, amministratori e giornalisti, come una garanzia. Era da considerare come una risorsa, come un tesoro da usare per garantirsi il futuro. E allora ben venga un trasloco se ci si è comprati l’indipendenza per i prossimi 150 anni». Prima il Financial Times ai giapponesi ora Exor come azionista di maggioranza dell’Economist, cosa sta succedendo? «Succede che i media si stanno globalizzando: l’Economist è un prodotto che parla al mondo da almeno 50 anni, così fa anche il Financial Times da più di un quarto di secolo e allora è naturale che abbiano azionisti internazionali. Nel mondo globale la tua localizzazione non è fondamentale, sono molto più importanti i tuoi valori e le idee che hai sul futuro dei media». Essendo John Elkann l’azionista di riferimento della Stampa l’operazione rassicura anche noi perché manda un messaggio di fiducia nell’editoria. «Assolutamente, ci dice che esiste un futuro per l’editoria, ci dice che si possono fare investimenti nella convinzione che poi funzioneranno e che ci saranno ricavi. È importante che siano state operazioni di mercato e non filantropiche, altrimenti significava sottolineare una mancanza di valore. Le due acquisizioni di queste settimane mostrano che è sensato scommettere su un’informazione che è capace di essere protagonista nel mondo digitale e nel mondo globale». Qual è la ricetta del successo dell’Economist e della sua longevità? «Il primo ingrediente della ricetta è la chiarezza: è scritto in modo molto diretto e chiaro, non fa perdere tempo ai lettori con giri di parole inutili e spiega le cose a fondo. Il secondo è che garantisce ai lettori tutto il sapere di cui hanno bisogno per capire il mondo globalizzato. Ci riesce perché guarda al mondo, gli altri settimanali e giornali sono principalmente nazionali, sono prima americani, francesi, spagnoli o italiani e poi internazionali, mentre l’Economist è prima internazionale e poi britannico. Infine per la sua indipendenza e per la capacità di produrre non solo notizie e opinioni ma analisi, il futuro è nelle analisi». Nel grande disordine dell’Europa, nella crisi di identità di questi mesi che ruolo può svolgere l’informazione? «La crisi europea è una crisi di mancanza di comprensione, tra i Paesi innanzitutto, ma è anche una grave mancanza di comprensione delle forze che si muovono oggi nel mondo: tecnologia, globalizzazione, crisi finanziaria. In questo quadro un’informazione non partigiana, che sia capace di fare analisi e di spiegare può davvero fare la differenza per portarci fuori da questa crisi».

http://www.tomshw.it/news/netflix-svela-le-prestazioni-delle-connessioni-internet-telco-italiane-preoccupate-69194