28 agosto 2015 | 10:09

Posizione dominante, Google risponde a muso duro all’Ue: Accuse infondate

(Sole24ore.it)  Mettetevi comodi, perché la telenovela che vede contrapposti Commissione Europea e Google è ancora lunga. Chi si aspettava un mea culpa da parte del colosso di Mountain View, circa le accuse arrivate da Bruxelles ad aprile scorso relative a ipotetiche azioni anticoncorrenziali, è rimasto deluso. Google non solo non accetta i rimproveri formulati dall’Antitrust Ue, ma attacca. E lo fa con un post sul suo blog ufficiale, a firma di Kent Walker (Senior Vice President & General Counsel Google, ndr) dal titolo abbastanza chiaro: «Migliorare la qualità non è anti-concorrenziale».

Kent Walker (foto Pianetacellulare)

Kent Walker (foto Pianetacellulare)

Era una risposta attesissima, quella di Big G. Il termine ultimo per depositare una replica era stato fissato per il prossimo 30 agosto, ma il tutto è avvenuto qualche minuto fa, con tre giorni di anticipo. E se il 15 aprile dalla Commissione Europea parevano intenzionati a tenere un approccio morbido – attaccando Google e ritenendolo colpevole di ledere la concorrenza, ma dicendosi comunque pronti alla strada del dialogo – ora dalla California arriva un’arringa difensiva che sembra aprire un vero muro contro muro. I più pessimisti già pensano all’epilogo più salato: megamulta da oltre 6 miliardi di dollari. Tuttavia, sembra ancora presto per dirlo.

«Accuse infondate»
«Google si è sempre impegnata per migliorare i propri servizi, creando nuovi modi per fornire risposte migliori e mostrare annunci più utili» è scritto nel post ufficiale, nel quale Google dichiara di aver preso «seriamente le questioni sollevate nella comunicazione degli addebiti della Commissione Europea, secondo cui le nostre innovazioni sarebbero anticoncorrenziali». Ma allo stesso tempo ritiene «che tali affermazioni non siano corrette». Secondo Google, le accuse della Commissione Europea sostengono che «mostrando gli annunci a pagamento dei commercianti, Google devii il traffico da altri servizi di shopping comparativo. Ma la comunicazione non supporta tale affermazione, non tiene in considerazione i significativi vantaggi per consumatori e inserzionisti e non indica una chiara base giuridica per collegare tali affermazioni alla soluzione proposta». «La nostra risposta – è scritto nel post a firma di Walker – fornisce prove e dati che dimostrano l’infondatezza delle questioni sollevate nella comunicazione. Abbiamo utilizzato analisi di traffico per replicare alle affermazioni secondo cui i nostri annunci e i nostri risultati organici specializzati avrebbero leso la concorrenza impedendo agli aggregatori di shopping di arrivare ai consumatori. Dati economici rilevati su un arco temporale di oltre un decennio, ampia documentazione e le dichiarazioni dei ricorrenti confermano che il settore della ricerca di prodotti online è altamente competitivo. Nella nostra risposta – ribadiscono da Google – dimostriamo che la comunicazione non è corretta perché non considera l’impatto di servizi di shopping online come Amazon ed eBay, che si sono ritagliati una fetta di traffico molto più grossa rispetto agli annunci di Google Shopping».

Big G, insomma, tira in ballo i motori verticali, veri titani dell’e-commerce, e fa sapere all’Ue che nell’ultimo decennio ha indirizzato «oltre 20 miliardi di clic gratuiti verso gli aggregatori di shopping, nei paesi interessati dalla comunicazione della Commissione, con un aumento del 227% del traffico organico». La difesa di Mountain View, insomma, è chiara: «Google Shopping non è anticoncorrenziale. Al contrario, mostrare annunci basandosi sui dati strutturati forniti dai commercianti migliora chiaramente la qualità degli annunci e rende più semplice per i consumatori trovare ciò che stanno cercando». E ancora: «I dati degli utenti e degli inserzionisti confermano l’apprezzamento per questi formati. Non si tratta di “favorire”, ma di dare ai nostri clienti e inserzionisti ciò che trovano più utile». La soluzione individuata dall’Ue, invece, viene bocciata senza appello, perché «danneggerebbe la qualità e la pertinenza dei nostri risultati». «Il nostro motore di ricerca – è scritto – è progettato per fornire i risultati più pertinenti e gli annunci più utili per ogni query. Utenti e inserzionisti beneficiano di questo servizio, quando funziona bene. E lo stesso vale per Google. È nel nostro interesse fornire risultati di alta qualità e annunci che conducano le persone a ciò che stanno cercando. Più pertinenti sono gli annunci, meglio collegano potenziali acquirenti a potenziali venditori, generando così più vantaggi per tutti».

Il pezzo forte, però, sono le battute conclusive. Google parla senza mezzi termini di conclusioni preliminari (quelle dell’Ue, ndr) «errate da un punto di vista dei fatti, legale ed economico. Siamo pronti e disponibili a discutere la nostra risposta e le prove a sostegno con la Commissione, nell’interesse di promuovere possibilità scelta per gli utenti e libera concorrenza».

Come reagiranno, adesso, da Bruxelles? Difficile dirlo. Ma pensare a una mediazione, visti i presupposti, sembra impossibile. Senza dimenticare che sempre dal 15 aprile scorso l’Antitrust Ue ha aperto un’indagine separata sempre a carico di Google ma relativa al sistema operativo Android. Un altro caso spinosissimo che lega Mountain View a Bruxelles. Seimila chilometri di fuoco.