02 settembre 2015 | 18:30

Cairo alla ‘Gazzetta’: all’inizio compravo soprattutto nomi, come facevo per i miei giornali e le tv. Gestisco mille dipendenti, ma il calcio richiede un approccio militare

La Gazzetta dello Sport 02/09/2015  -  Non c’è un tratto di storia granata che non abbia palpitazioni regolari. È il suo fascino e forse la sua maledizione. Non potevano scivolare lisci quelli di Urbano Cairo che, dieci anni oggi, diventava presidente del Torino. Da un gol fantasma all’AlbinoLeffe fino all’attuale primo posto in classifica, sfilando tra teste di maiale, lacrime di gioia e di retrocessione. Cairo ripercorre il suo appassionato cammino, sbirciando un orizzonte che promette bel tempo: buone idee e giovani di talento.
Toro primo a punteggio pieno, Juve ultima a 0 punti: naturalmente il regalo per i 10 anni in granata è questo. «Però dubito che la Juve lo abbia apposta fatto per me».

 

Urbano Cairo, presidente di Cairo Communication

Urbano Cairo, presidente di Cairo Communication

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Eccola in Serie A a sfidare Berlusconi, decisivo nella sua avventura imprenditoriale. È stato prezioso anche per inserirla nel grande calcio? «Andavo a pranzo ad Arcore, poi in elicottero allo stadio. Mi ha portato anche a Barcellona a vedere un Gamper. Aveva le sue idee, tipo quel Borghi. Diciamo che ho imparato a non fare certe cose che faceva lui».

Tipo? «Parlare alla squadra. All’inizio lo facevo molto di più. Credo di essere un buon motivatore. Gestisco mille dipendenti. Ma ho capito che il calcio richiede un approccio militare: vanno rispettate autorità e gerarchie. Se scavalco tecnico e d.s., li delegittimo. Ora parlo ai giocatori solo se me lo chiede Ventura. Sto un passo indietro».

Nel 2009 la retrocessione e l’inizio dell’inferno: contestazione, insulti, bombe carta, teste di maiale. Il momento più duro?«Il momento più duro è stato la retrocessione, non la contestazione. Quella retrocessione è stata un trauma, anche perché mi ha lasciato tanti dubbi e lati oscuri. Ma lasciamo perdere. Ormai è prescritta. Certo, è stata tosta anche la contestazione. Quella volta a Superga… Ho temuto anche per la mia incolumità. Per togliere pressione alla squadra dissi che sarei stato disposto a cedere la società se si fosse presentato un acquirente credibile in grado di fare meglio di me».

Ci è andato vicino? «Nell’intimità credo di non aver pensato di mollare il Toro. Il mio Toro».

Però era necessario cambiare strada. Per esempio comprare giocatori e non solo figurine: Recoba, Muzzi, Diana… «È vero. All’inizio compravo soprattutto nomi, come facevo per i miei giornali e le televisioni. Tipo il giornalista Sandro Mayer, che con me ha fatto grandi cose. Stesso schema. La differenza è che nel calcio i Mayer devono correre. Invece i miei nomi il futuro ce l’avevano dietro le spalle. Allora abbiamo svoltato gradualmente. Colantuono, bravissimo, pretese giustamente giocatori di categoria. Non si poteva risalire solo con i ragazzini. Poi arrivò Ventura, un maestro a lavorare con i ragazzi e con Petrachi è nato il gruppo di lavoro che ha riportato in alto il Toro».

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Le attribuiscono questo pensiero: «Rinascessi, rinascerei Berlusconi». «Smentisco. Rinascerei Urbano Cairo».

Cairo, 20 anni fa, nel ’95, c’era un ragazzo che comprò una pagina del Corriere della Sera per cercare 100 venditori di pubblicità e mettersi in proprio. Come sta quel ragazzo?«Ha 20 anni in più, per il resto è sempre lo stesso. Stessa passione, stesso cuore, stesso Toro. Voleva fare l’imprenditore e l’editore, lo ha fatto con soddisfazione. Voleva fare il giocatore, è diventato presidente. Ma era meglio calciatore».