16 settembre 2015 | 13:44

Da Google a Netflix. La difficile scelta del nuovo logo e le proteste degli utenti: la lista di quelli meno apprezzati

“Il ruolo principale di un logo è quello di creare identificazione” diceva il graphic designer Paul Rand, che nella sua carriera ha disegnato alcuni dei marchi più famosi, come quello di Ibm, Ups, Abc e NeXT.  E se l’azienda decide di cambiare improvvisamente la scritta che identifica il suo brand, la reazione del pubblico è quasi sempre la stessa: disapprovazione. Quello che provano gli utenti è spesso una rottura nella connessione con il marchio. Il logo non è più lo stesso? Forse anche il brand sta cambiando. E così può succedere che le conseguenze siano negative e l’attitudine verso quella compagnia cambi.

Il recente re-design del marchio di Google

Un po’ come è successo a Google poco tempo fa: la decisione di cambiare il suo celebre logo –  le lettere un po’ meno magre e il carattere leggermente diverso – probabilmente è dovuta alla volontà di affinare la somiglianza con Alphabet, la neo-nata holding company. Le proteste sono cadute a valanga e c’è chi sostiene che la nuova scritta sembri una calamita per bambini attaccata a un frigorifero. La necessità delle aziende di rinnovarsi si scontra con i comportamenti abitudinari dei consumatori. E se Google può permettersi più tentativi per trasformare il suo logo e trovare quello che più lo soddisfa, tanto tutti continueranno ad usarlo, c’è però chi non può permettersi improvvise rivoluzioni. Il rischio è quello di confondere, estraniare, allontanare gli utenti.

TheNextWeb ha raccolto qualche esempio di nuovi loghi ‘venuti male’, non compresi o non accettati dal popolo del web, portando anche qualche conseguenza negativa alla società. Eccone alcuni:

1) Ci sono state reazioni di odio e amore per l’ultimo logo di Airbnb. Il motivo più originale: troppa somiglianza con organi riproduttivi. In tema per altro con il nuovo motto: ‘people + airbnb = love’.

2) Il creatore del nuovo logo di Aol è lo stesso che ha ideato il marchio per le Olimpiadi di Londra. La società ha provato ad allontanarsi dall’epiteto spesso abbinato al suo brand – ‘dinosauro di internet’ – per diventare trendy e pop, ma il risultato è stato considerato triste e privo di qualsiasi creatività.

3) Per Spotify il problema non è stato il carattere sbagliato o ghirigori troppo coraggiosi, ma la sfumatura di colore, considerata orribile dagli utenti. Ma non solo: anche gli occhi dei designer del settore non si sono ancora abituati al verde acceso del logo, aggiornato nel 2013.

4) Netflix ha deciso di aggiornare il suo logo nel 2014, eliminando tutti i tratti peculiari di quello precedente. Niente più rimandi a vecchi sipari teatrali, ma una scritta rossa su sfondo bianco-sporco che agli utenti ha ricordato lo splatter della serie tv ‘Dexter’.

L’articolo di TheNextWeb cita poi altri esempi di loghi poco apprezzati dal pubblico. Da Bing – che sembra copiare in modo un po’ troppo spudorato il simbolo di Google Drive – al ‘troppo grasso’ nuovo disegno marchio di RadioShack. Da Comcast (oggi Xfinity), citato anche nella classifica dei peggiori cambi di nome delle società del 2009, stilata dal Time, passando da Yahoo, che aveva festeggiato il cambio di logo con una campagna di comunicazione durata un mese – ma senza grande successo – fino a Foursquare e Verizon, le cui scritte identificative mancano di originalità e chiarezza.