24 settembre 2015 | 13:27

Il Financial Times accusa Google: fa pagare agli inserzionisti anche le false visualizzazioni dei bot su Youtube

(Corriere.it) Nello spietato mondo della pubblicità online l’unità di misura che stabilisce quanto guadagna chi produce contenuti e quanto deve pagare l’inserzionista è il numero di visualizzazioni. I trucchi non mancano: esistono bot, software automatici che simulano il comportamento degli utenti e alterano il numero di pagine viste. E uno degli obiettivi prioritari delle piattaforme che gestiscono la pubblicità è individuare i clic falsi e bloccarli. Ora un consorzio di ricercatori europei ha individuato una falla nel sistema antifrode di Youtube, di proprietà del dominatore assoluto della pubblicità online: Google. Secondo lo studio, riportato dal Financial Times, il gigante di Mountain View applica un doppio criterio, che sembra andare a suo vantaggio: è più severo nella lettura del numero di visualizzazioni su Youtube (dove quelle false vengono scartate) mentre è più permissivo sulla piattaforma AdWords, che gestisce la pubblicità sul sito di video online e che individua come veri anche i clic dei software automatici. Ciò significa che chi pubblica un contenuto su Youtube non viene remunerato (com’è giusto) per la visione da parte dei bot, mentre gli inserzioni pubblicitari dovranno pagare comunque. Come fa notare il quotidiano britannico, ciò solleva molti problemi: Google sta facendo abbastanza per proteggere gli inserzionisti, che stanno spostando sempre più investimenti verso l’online?

Larry Page

Larry Page, ceo di Google

È la prima volta che viene provato qualcosa del genere. Dopo aver caricato alcuni video su Youtube, i ricercatori hanno acquistato pubblicità tramite la piattaforma Google AdWords. Infine hanno creato alcuni software automatici per frodare il sistema. Ciò ha permesso di verificare come BigG tratta le visualizzazioni fasulle. Gli studiosi hanno istruito i bot per visualizzare 150 volte due dei loro filmati. Ed ecco individuata la disparità di trattamento: il contatore pubblico di Youtube ha segnato 25 visualizzazioni reali, mentre, per AdWords, è come se i video fossero stati visti da 91 persone, addebitando la cifra corrispondente sull’account dei ricercatori. E cioè: una parte dell’ecosistema di Mountain View ha individuato la truffa, mentre il sistema di gestione della pubblicità (la principale fonte di guadagno per l’azienda di Mountain View) è stato più permissivo. Abbiamo contattato Stefano Traverso, il ricercatore italiano che ha lavorato allo studio. Fa sapere al Corriere della Sera che il responsabile qualità della pubblicità di Google ha ritenuto lo studio «utile a migliorare l’efficacia degli algoritmi» e che ha invitato il team a fornire altri risultati. Inoltre ci informa che, prima dell’apparizione dell’articolo sul Financial Times, Big G non era a conoscenza della ricerca.

Google ha subito precisato che «prende molto seriamente la questione del traffico non valido» e che l’azienda ha puntato molto sulla tecnologia e sul personale che si occupa di «tener fuori dal sistema la maggior parte del traffico non valido, che viene filtrato prim’ancora di essere addebitato agli inserizionisti». Inoltre da Mountain View fanno sapere che presto discuteranno i risultati della ricerca con gli autori, che provengono da quattro diversi istituti: Politecnico di Torino, L’Università Carlo III di Madrid, Imdea e Nec Labs Europe. Rubén Cuevas, professore associato alla Uc3m e primo autore dello studio, ha fatto notare che i bot usati nell’esperimento non sono molto sofisticati e il loro «non è un caso limite, chiunque con un minimo di conoscenze di programmazione è in grado di creare software simili». Ma precisa che le contromisure di Google sono comunque più sofisticate di quelle del rivale Dailymotion, di proprietà dell’editore francese Vivendi. I ricercatori sperano in un impegno maggiore da parte di Big G per ridurre i rischi ai quali sembrano esposti gli inserzionisti su Youtube . Secondo lo studio, finora gli investimenti hanno riguardato per lo più l’antifrode per la pubblicità tradizionale sul web, come i banner, mentre è stato fatto poco per i video.

Quella dei venditori di frodi pubblicitarie è un’economia florida. Non è difficile trovare servizi che offrono decine di migliaia di visualizzazioni false su Youtube per 5 dollari. E nel gennaio scorso è stato scoperto Tubrosa, un programma malevolo il cui scopo è lanciare filmati in esecuzione all’insaputa degli utenti. È un trucco usato per permettere a chi carica contenuti di guadagnare perché, come abbiamo accennato, lo schema di remunerazione della piattaforma è basato sul numero di visioni. White Ops, una società specializzata nell’individuare frodi online, nel 2014 ha scoperto che circa un quarto di tutti i filmati online sono stati visti da bot e che le truffe riguardano sempre più spesso il portale video di Big G perché è uno dei mercati più con la crescita maggiore nella pubblicità online. I ricavi di Youtube sono superiori ai 4 miliardi di dollari annui.

Nell’ultimo mese lo scenario della pubblicità online è stato scosso più volte. IOS9, il nuovo sistema operativo per iPhone e iPad, ha iniziato a supportare programmi che bloccano le inserzioni, come abbiamo raccontato. E questi software, gli ad-blocker, sono in continua ascesa sui computer fissi (si stima siano utilizzati dal 6% degli utenti Internet). Con conseguenti danni per gli editori digitali e per il primo attore del mercato, Google. Facebook nel frattempo sta lavorando a sistemi sempre più sofisticati per far profitti attraverso la sua piattaforma per gli annunci. A partire da ottobre, utilizzerà i bottoni di condivisione, presenti sulla maggior parte delle pagine web, per raccogliere informazioni a scopi pubblicitari. I dati saranno presi anche dagli utenti che non cliccano sui tasti e che non sono iscritti. Quella di oggi è la seconda brutta notizia per Mountain View, che potrebbe avvantaggiare Facebook. Molte aziende ormai ritengono una pagina sul social network un sostituto al proprio sito. E gli investimenti sulla pubblicità sul web, uno lo spazio dove gli annunci gestiti da Google dominano, potrebbero essere orientati nuovamente verso il social network. Ma non è finita: come annunciato alla conferenza Disrupt, l’azienda di Mark Zuckerberg potrebbe presto lanciare “click to message”, un nuovo tipo di inserzione che permette agli utenti di entrare in contatto con le aziende aprendo una sessione di chat per richiedere informazioni o prenotare prodotti. In questo modo la società sembra esser riuscita a trovare un modo di guadagnare attraverso Messenger, la sua soluzione per lo scambio dei messaggi finora priva di precisa fonte di introditi.