Protagonisti del mese

30 settembre 2015 | 8:24

L’impresa è cultura

Il recupero degli spazi, il racconto della memoria insieme alla consapevolezza e all’orgoglio identitario del proprio ruolo. Così Antonio Calabrò punta a recuperare nell’opinione pubblica un’immagine positiva del mondo dell’industria

“Fabbrica è bello”. Non è lo slogan tardo nostalgico della stagione sessantottina, ma un attestato di orgoglio di una professionalità e di una appartenenza identitaria – progressivamente dispersi, parallelamente a una svalutazione sociale del lavoro – che tutti i protagonisti dell’industria dovrebbero rivendicare. Questo, almeno è quanto sostiene Antonio Calabrò, responsabile del gruppo Cultura di Confindustria a cui il presidente Giorgio Squinzi ha affidato il compito di sviluppare – togliendole l’immagine negativa presente in larghi settori di italiani – un atteggiamento favorevole all’impresa come cardine dello sviluppo economico e sociale.

“Per centrare un obiettivo del genere è essenziale far crescere anche tra gli imprenditori la consapevolezza del loro ruolo, la necessità di salvaguardare la storia delle loro realtà, insieme alla conservazione degli archivi e degli oggetti, valorizzando contemporaneamente il rapporto tra industria e territorio”, afferma Calabrò, sessantacinquenne siciliano di Patti, una vita tra giornalismo e lavoro intellettuale e poi manager di un grande gruppo come Pirelli. Nel 1971, ancora studente, è alla redazione dell’Ora di Palermo dove rimane quindici anni fino a diventare caporedattore, poi nell’86 il trasferimento a Milano per lavorare per un anno e mezzo al Mondo, diretto prima da Giulio Anselmi e poi da Michele Tito, quindi dieci anni a Repubblica, dove dal ’90 al ’93 dirige anche la ‘Lettera Finanziaria’; nel ’97 passa al Sole 24 Ore come vice direttore, assumendone successivamente, dal settembre 2001 all’ottobre 2002, la direzione editoriale. Nel luglio 2003, dopo aver fatto l’editorialista per radio, tivù e giornali, e aver scritto 40 puntate della storia degli Agnelli, viene chiamato da Marco Tronchetti Provera, diventato presidente di Telecom Italia, alla direzione della agenzia Apcom, che Calabrò lascia nel 2006 per assumere la direzione delle Relazioni istituzionali ed esterne di Pirelli, proprio nei momenti difficili della gestione della vicenda Telecom “con Tronchetti sotto l’attacco concentrico finanziario, giudiziario e mediatico”.

L’esperienza in Pirelli gli ha dato “la possibilità di vedere la realtà da una prospettiva completamente diversa”, dice. “Senza gli otto anni in Pirelli non avrei potuto scrivere libri sul lavoro e l’industria. E non avrei neppure potuto contribuire a portare su un palcoscenico le voci di chi lavora nella fabbrica di Settimo Torinese”, aggiunge, ricordando lo spettacolo di Serena Sinigaglia, ‘Settimo, la fabbrica e il lavoro’, con storie vissute legate a temi sociali e sindacali e storie private di rapporto con l’attività lavorativa, raccontate in duemila pagine di interviste a operai, tecnici e ingegneri del Polo industriale Pirelli. Uno spettacolo rappresentato nel febbraio 2012 al Piccolo Teatro Studio Expo, prodotto dal Piccolo Teatro di Milano insieme alla Fondazione Pirelli, di cui Calabrò è consigliere delegato.

“Non avrei neppure contribuito a portare, nell’ambito dell’edizione 2014 di MiTo, la ‘Settima’ di Beethoven nei cortili della fabbrica di Settimo, un impianto degli anni Cinquanta sottoposto a restyling da Renzo Piano”, continua Calabrò ricordando anche le installazioni milanesi allestite negli spazi industriali dismessi che la Fondazione Pirelli ha scelto come sede dell’HangarBicocca, “dove abbiamo cercato di sviluppare attraverso l’arte contemporanea il rapporto tra la cultura alta e quella popolare”.

L’articolo integrale è sul mensile Prima Comunicazione n. 464 – Settembre 2015