02 ottobre 2015 | 9:31

La crisi della politica dovrebbe esaltare il ruolo del giornalismo televisivo, dice Lavia su L’Unità. La crisi dei talk è dovuta alla noia: tutte le sere un copione mandato a memoria

L’Unità 02/10/2015 Mario Lavia – ‘Ballarò, sindrome da duello e cani immaginari’: Quando un giornalista di Repubblica incontra un capo del governo il giornalista di Repubblica si eccita. Lo sfida a duello, lo vuole morto. «Uno solo resterà in piedi, o noi o Berlusconi», sentenziò una volta Ezio Mauro.

D’altronde era stato così per dieci anni fra Scalfari e Craxi. E Massimo Giannini, che i globuli rossi di Repubblica ce l’avrà nel sangue finché vive anche se starà 50 anni alla Rai, assume oggi la medesima postura attendendo l’attuale premier a piè fermo dietro il convento delle Carmelitane. Nessuno può dissuaderlo dal bellicoso proposito. La Crociata contro «la muta dei cani sciolta da Renzi» (che espressione delicata) in nome della religione della libertà – s’intende – è da lui diretta, e i soldati di Ballarò, Repubblica, il Fatto e compagnia segue alla conquista della Gerusalemme di Matteo, regno del Male. Malgrado l’Armata appaia tutt’altro che invincibile, il suo Condottiero lo stesso procede indomito. Già, perché non è che le masse lo seguano più di tanto, almeno se a misurarne le dimensioni è quel maledetto Auditel che non lo fa dormire la notte e che martedì si è attestato ad un commovente 4,71 % dello share, qualche decimale in più del rivale Floris su una rete molto meno forte di Rai3. E poi, quando si dice la sfortuna: Giannini apre la trasmissione buttando là un ironico «stasera non c’è Rambo» (Stallone lo aveva battuto regolarmente nei due martedì precedenti) ma Rambo c’era eccome: Rambo 3, per l’esattezza, che ha vinto anche stavolta. Per la terza volta su tre martedì. Ora, nessuno è contento di questo fatto. Tutta l’Italia sa che i talk politici hanno un problema. «Non vogliamo essere i suoi cantori», ha detto il Nostro parlando del premier. Falso problema. Vittimismo. Delle polemiche piccine a nessuno frega più di tanto. Il punto è che invece che affrontare di petto la questione i conduttori televisivi fanno finta che il tema non esista, o meglio, che la colpa del calo di ascolti dei talk sia imputabile alla politica. Ecco Giannini al Fatto: «La politica è impaurita, consapevole di vivere una crisi di rappresentanza. E se i talk fanno ascolti bassi questo è anche il riflesso di questa crisi». Mah, caso mai la crisi della politica dovrebbe esaltare il ruolo del giornalismo televisivo e non, come fu nei tremendi anni del crollo della Prima repubblica: comunque la pensiate, chiedete a Santoro. Pensate a Sandro Curzi o, prima, al Tg2 di Barbato. Pensate ai programmi di Guglielmi. A Minoli. A Ferrara. A Lerner. Quando la politica è debole il grande giornalismo è fortissimo, poche storie. Non vorremmo arrivare alla conclusione che quando la politica è forte il giornalismo italiano si fa piccolo piccolo. Il problema in un certo senso è più semplice: è che se tutte le sere – tutte le sere – chiamate sempre SalviniSantanché-Landini-Cacciari-il renziano, interpreti di un copione mandato a memoria che inevitabilmente finisce nel mega-pollaio allo stesso modo delle tragedie greche che finiscono con la morte dei personaggi principali: poi non vi potete sorprendere che settimana dopo settimana gli ascolti calino. Perché Sofocle sempre uguale lo si segue da millenni. Ballarò sempre uguale no. Dopodiché la soluzione non è facile: la troveranno gli esperti di televisioni se ne saranno capaci. Ma la scorciatoia di cercare di creare interesse sfidando a duello la politica è per l’appunto una scorciatoia. E’ reale invece un’altro rischio: che se il problema viene rimosso, sarà la Politica, e non benevolmente, a porlo. E’ esattamente quello che sta avvenendo. Pensa a questo, Giannini, invece che a cani immaginari.

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