06 ottobre 2015 | 18:15

Roberto Calasso spiega su ‘Repubblica’ la scelta di ricomprarsi l’Adelphi: ora ho il 71%, la maggioranza è una bella sfida. Le voci sul socio occulto? Una sciocchezza

“Tutto quello che c’era da pagare per rilevare la quota di Rcs è pagato da me”. Dice così Roberto Calasso, intervistato oggi da Repubblica, all’indomani della cessione di Rcs Libri a Mondadori.  La sua ‘Adelphi’ è rimasta esclusa dall’accordo, e ora Calasso, che della casa editrice è presidente, possiede il 71% del capitale.

Roberto Calasso (foto Olycom)

Parlando della decisione di ricomprarsi la casa editrice, Calasso, fa un’analisi generale del mercato dell’editoria oggi: “Il mio accordo con la Rcs è un fatto che va contro alla tendenza in atto da vari decenni nell’editoria mondiale: la concentrazione in grandi gruppi”, dice sottolineando come questa concentrazione possa “dare risultati pessimi o ottimi, a seconda delle circostanze, dei marchi, delle persone”. “Il guaio dei grandi gruppi è che spesso tendono a darsi obiettivi di crescita irrealistici. Questo può condurre a disastri”.

Nei suoi cinquantanni di storia, “Adelphi non ha mai subito interferenze”, anche “nella collaborazione con grandi gruppi, cominciata nel 1975 con l’Efi per finire con la Rcs, non c’è stato un solo caso di intervento editoriale”, dice il presidente che oggi ha come soci di minoranza Francesco Pellizzi e Elisabetta Zevi, da lui definiti “due vecchi amici”.

“Continuerò a fare esattamente quello che ho fatto da più di quarant’anni: trovare certi libri e pubblicarli in un certo modo, ben distinguibile, pensando alle copertine, alla carta, ai caratteri, alla lingua. E calcolando bene le tirature”, dice Calasso, rispondendo alle domande su come sarà adesso il corso della casa editrice, non nascondendo comunque i rischi che si celano dietro la sua nuova posizione: “quando la proprietà della maggioranza coincide con chi decide quali libri fare e in che modo, l’esposizione al rischio è massima e non ci sono scuse dietro cui trincerarsi. Ed è una bella sfida”.

“Trovo abbastanza penoso il discorso sulle case editrici dipendenti o indipendenti. Ci sono anche case indipendenti di scarsa qualità e case di grandi gruppi che fanno un lavoro eccellente”, dice, individuando nella diversità, conservata nel corso del tempo, la chiave del successo della casa editrice. “Per una casa editrice è questa la vera discriminante: la libertà e la capacità di dire no. E pubblicare solo le cose che ci piacciono. Se possibile, che ci piacciono molto”.