15 ottobre 2015 | 11:58

Apple News, instant articles, AdBlocker. Cinque previsioni sulla rivoluzione del mondo dei media

L’uscita di iOS 9 ha scosso le fondamenta già traballanti del mondo dell’editoria. Ogni giorno ci sono nuove sorprese, drammi, crisi e sembra che gli AdBlocker vengano considerati i cavalieri dell’Apocalisse che annunciano la fine vicina. Non tutto è perduto. David Benigson, ceo di Signal ha sintetizzato sul Guardian in cinque punti lo scenario futuro dei media, che non muoiono, ma sicuramente stanno cambiando, influenzati da internet, dalle nuove tecnologie, dalla rivoluzione del mobile e dalla invadente ma inevitabile presenza della pubblicità.

David Bengson, ceo di Signal

1. Ci saranno più accordi tra gli editori e le società tecnologiche. Il desiderio di colpire, lasciare un segno, ma soprattutto di guadagnare, sta spingendo sempre più i mezzi di informazione tra le braccia dei giganti del social. Giornali con alle spalle una storia secolare – New York Times e Guardian per dirne due – hanno già preso accordi con Facebook e Apple. La promessa/speranza: attirare milioni di giovani lettori. Con Apple News, la società di Cupertino ha già firmato contratti con 50 diversi partner editoriali. Non sarebbe successo cinque anni fa, ma ora chi vuole guardare avanti deve fare accordi con la ‘mela morsicata’ o con i social network. Serve un nuovo canale di distribuzione.

2. La lunga battaglia tra Apple e Facebook. Si stanno litigando gli editori e i lettori. Cercano nuove vie per convincere gli utenti a rimanere sulla propria piattaforma, che sia un social network o un app. Se le barriere di Facebook sono più labili, quelle di Apple sono – da sempre – più rigide. Il problema è trovare il modo di far utilizzare agli utenti l’applicazione Apple News regolarmente. Perchè fare lo sforzo di aprire una nuova finestra, quando si può comodamente trovare tutto su Facebook? Che tra l’altro ha superato Google sul traffico di ricerca di informazioni.

3. La personalizzazione dei contenuti. I network come Facebook permettono agli editori di conoscere meglio la propria audience, e quindi di inviare loro il giusto contenuto al momento giusto. La personalizzazione è stata sperimentata moltissimo dalle società editoriali, ma ancora non si è trovata la formula perfetta. Apple News potrebbe cambiare tutto. Oppure Netflix e Spotify, che operano in altri settori, ma hanno trovato un modello che funziona.

4. Il quality journalism non morirà, né diventerà povero. Per cercare di manenere introiti sufficienti, l’informazione si sta spostando sempre più sul web con le dovute conseguenze: new rapide, flash, poco approfondite. A perderci è il giornalismo di apporofondimento, per cercare di competere con piattaforme nate sul web, come Buzzfeed. Ma non tutto è perduto: c’è ancora spazio per il quality journalism. Un esempio su tutti è il Financial Times, che vede crescere i suoi profitti così come i suoi abbonati: +21% nel 2014. Gli articoli dei quotidiani tradizionali continueranno ad essere lette per chi cerca un’informazione critica e per chi la readership che ha sviluppato un certo grado di fedeltà. Chi prevede la morte del quality journalism sbaglia: c’è spazio per il formato lungo e approfondito anche sul web.

5. I new media continueranno ad attrarre investimenti. Quando si tratta di trovare soldi, le nuove società del web sanno il fatto loro, al contrario dei media tradizionali. I new media stanno mostrando agli old media come fare, non solo con modelli di business innovativi, ma anche con una sperimentazione continua sulle tipologie di contenuti offerti.