22 ottobre 2015 | 11:30

Luca de Biase: l’editoria deve imparare da Facebook e Google. Occorre che si trasformi in un business tecnologico

La partita della pubblicità è tecnologica: così Luca De Biase sul suo blog. De Biase è un giornalista del Sole 24 Ore, si occupa di innovazione tecnologica e prospettive sociali ed economiche per i nuovi media.

Nel suo articolo sottolinea come i giornali britannici abbiano visto peggiorare la crisi della raccolta pubblicitaria, che ha coinvolto anche le versioni digitali di maggiore successo, come il Mail Online. La sua conclusione è che la pubblicità va verso Facebook e Google.

“Il punto di vista degli editori è stato finora quello di chi controlla la parte più grossa del mercato e vede crescere i competitori tecnologici. Il nuovo punto di vista da acquisire per gli editori è quello di chi ha una dimensione piccola del mercato e può immaginare di innovare tanto da far apparire le piattaforme come aziende grosse ma di minore valore prospettico. Occorre insomma rovesciare la prospettiva. Questo significa per esempio ammettere che non è più una questione di traffico. E’ una questione di tecnologia e di traffico. Se gli editori non innovano tecnologicamente, le piattaforme li battono inesorabilmente”.

A suo parere non si tratta di emulare Facebook e Google, ma piuttosto “rendere più veloce e comodo l’acquisto di pubblicità. Di rendere più misurabile il suo impatto. Di inserire la pubblicità nel flusso delle azioni che il pubblico compie online in modo più logico e armonico. Si tratta di fare tutto questo valorizzando il senso del contesto specifico di ciascun medium (la ricerca online, il social network, il giornale…)”. La conclusione alla quale arriva De Biase ha le sue fondamenta nei due punti forti dell’editoria: “La community c’entra sempre. Ma, nei giornali di informazione politico-economica che vogliono riconquistare un ruolo rilevante, c’entra soprattutto lo “spazio pubblico” della community. Quello dove si trovano le persone che non necessariamente si piacciono ma che convivono e sono accomunate da problemi analoghi. E poi c’è l’intermediazione tra autori e pubblico. Ma la cultura editoriale si distingue dalla piattaforme emerse fin qui per la capacità di valorizzare il lavoro degli autori. Su questo punto le piattaforme proprio non ce la fanno”.

Per sfruttare questi punti di forza – conclude De Biase – c’è bisogno di innovazione nell’interfaccia e nella tecnologia. C’è da inventare. Ed è ora di imparare a farlo. L’editoria ha bisogno di ridiventare un business fondamentalmente tecnologico. Innovativamente tecnologico. Per guardare alle piattaforme non come chi dal passato guarda al futuro: ma come chi dal futuro guarda al presente.