Protagonisti del mese

06 novembre 2015 | 10:03

Spotify: un modello per tutti i media?

Molti nel mondo dei media ritengono che l’evoluzione digitale che ha completamente trasformato l’industria della musica negli ultimi vent’anni sia un ottimo modello ‘predittivo’ di quello che capiterà in futuro ai principali media tradizionali.
Nella musica si è assistito a una progressiva evoluzione che ha portato il modello di business dall’essere basato sulla vendita di ‘album’, ovvero di un ‘bund-ling’ di brani memorizzati su un supporto fisico come il cd, alla vendita di singoli brani attraverso digital store come iTunes per una memorizzazione diretta sull’hard disk dell’utente, fino ad arrivare a servizi di streaming, in abbonamento e non, tipo Spotify e ora iMusic di Apple, che distribuiscono musica on demand senza limiti e bypassando il concetto di proprietà del brano, sostituito dalla possibilità di fruirne in qualsiasi momento, con l’unico vincolo di essere connesso a Internet o avere già scaricato una playlist, oltre che di pagare l’abbonamento e di sentire una breve pubblicità.
Sostanzialmente si tratta del buon vecchio modello ‘eat as you can’ che tende a privilegiare la valorizzazione del servizio complessivo rispetto a quella del singolo prodotto, modello che peraltro si sta sviluppando in molti altri settori media.
Nel settore libri Amazon ha lanciato Kindle Unlimited e in Europa esistono vari operatori come Youboox, Skoobe, o Bookolico in Italia, che forniscono servizi che permettono di leggere un numero illimitato di libri dal catalogo offerto a fronte di un abbonamento mensile (tipicamente tra i 5 e i 10 euro o dollari al mese).
Nel settore periodici e quotidiani ci stanno provando Readly in Uk e Edicola Italiana in Italia, con servizi che permettono di leggere tutti i settimanali e i mensili che aderiscono al progetto, senza doversi abbonare alle singole testate ma pagando una somma fissa mensile, sempre intorno ai 10 euro o dollari.
Ma l’esempio in questo momento più popolare di applicazione del modello è sicuramente Netflix, che in queste settimane si sta presentando anche in Italia nel settore video e in particolare delle serie e dei film.
Ma il modello Spotify può essere replicato nelle altre media industry? Spotify è oggettivamente un successo: 75 milioni di utenti attivi in 58 Paesi, di cui 20 milioni a pagamento. Un abbonamento mensile relativamente basso, o nullo, se si accetta di ascoltare pubblicità, che consente accesso di fatto a qualsiasi canzone e che dovrebbe ridurre significativamente la pirateria rendendo molto più basso il costo di accesso al contenuto.
Ma questo approccio applicato agli altri media può essere molto pericoloso perché di fatto è una vendita ‘a peso’ del contenuto che contrae il valore unitario di quello di qualità e in generale riduce la spesa media del fruitore (l’industria musicale ha dimezzato la sua dimensione globale nel tempo). In particolare poi, dato che il modello è basato su ‘fees’ pagate al content provider, ogni volta che il suo contenuto viene usufruito dall’utente è ovvio che, mentre una canzone di successo può essere ascoltata ripetutamente da una singola persona, un articolo di giornale o un film vengono tendenzialmente visti una volta sola. Il rischio correlato è che non solo potrebbe ridursi il montante complessivo di risorse per i content provider ma anche lo specifico incentivo a sviluppare contenuti di grande qualità in quanto non in grado di generare margini superiori e inseriti in un modello di business che in realtà ‘premia’ quantità e distribuzione di massa, dando un potere enorme alla piattaforma di aggregazione, che è l’unica a beneficiare realmente di un contesto che è invece in complessiva contrazione.

L’articolo  è sul mensile Prima Comunicazione n. 465 – Ottobre 2015