Protagonisti del mese

06 novembre 2015 | 10:45

Che bocconcino l’Economist’

Mentre gli altri giornali vedono i profitti in edicola crollare, loro resistono. Mentre gli altri vivono l’on line come un catastrofico tsunami, loro l’onda la cavalcano. Mentre per noi il giornalismo in lingua inglese rimane una frontiera, loro inaugurano la prima app che parla anche cinese. E promettono di cominciare a pubblicare anche in altre lingue. Insomma, lasciate che in Bocconi gli economisti mormorino che per gli Agnelli si tratta solo di un ‘trophy asset’, un biglietto da visita per presentarsi al meglio sul palcoscenico imprenditoriale internazionale. Entrare nella redazione a The Economist Plaza, in quel palazzo fra Green Park e l’hotel Ritz nel pieno centro della City, fa lo stesso venire i brividi. Ammirare la vista a volo d’uccello sul Parlamento di Westminster dall’ufficio di Tom Wainwright, il caporedattore della sezione britannica, fa lo stesso sembrare la centralissima sede un torreggiante panoptikon da cui quei titani del giornalismo internazionale osservano e raccontano la vita attorno a loro.

Zanny Minton Beddoes (foto Contrasto)

Zanny Minton Beddoes (foto Contrasto)

Valutato attorno ai 150 milioni di sterline, il complesso d’uffici dovrà essere ceduto per finanziare l’operazione con cui lo stesso Economist Group rileva le azioni targate Pearson non direttamente acquistate da casa Agnelli. Al giornale non apprezzano e per ora preferiscono non pensarci, anche perché nessuno sa dove i manager intendano ricollocare gli uffici. La holding guidata da John Elkann, dal canto suo, ha rafforzato la propria posizione nel gruppo, passando da una quota del 4,7% alla maggioranza relativa del 43,4%, mettendo sul tavolo 287 milioni di sterline. Il gruppo Pearson, dopo la vendita del Financial Times ai giapponesi di Nikkei per 844 milioni di sterline lo scorso luglio, è uscito definitivamente di scena per concentrarsi sulla digitalizzazione del core business di editoria scolastica e formazione. Vendita della sede a parte, l’arrivo degli Agnelli viene vissuto con generale soddisfazione all’interno dell’Economist. La decisione di limitare il proprio potere di voto in assemblea dei soci al 20%, nonostante la quota azionaria del 43,4%, ha rassicurato gli alti quadri del giornale. Lo stesso vale per la nuova regola che impedisce di detenere una quota superiore al 50% della società, un’altra forma di tutela dell’indipendenza del settimanale. Secondo il Guardian, Exor avrebbe pagato un prezzo eccessivo per ottenere la maggioranza relativa dell’azionariato, in particolare alla luce di queste forti limitazioni sul suo potere decisionale.
Ogni settimana settanta giornalisti dell’Economist confezionano una rivista che vende 1 milione e 600mila copie, fra cartaceo e digitale. La clientela è globale: soltanto un ottavo dei lettori risiede in Inghilterra, attorno al 20% in Europa continentale, quasi il 60% negli Stati Uniti. Il mercato asiatico, su cui si concentrano le speranze di continuare una crescita ormai a rischio saturazione, assorbe per ora soltanto il 10% delle vendite. Seguono America Latina, Medio Oriente e Africa. Secondo l’ex direttore Rupert Pennant-Rea, i lettori dell’Economist “guadagnano e capiscono più della media, ma hanno a disposizione meno tempo degli altri”. Lettura obbligatoria di un’élite istruita e cosmopolita, il giornale fornisce analisi concise che danno un quadro della situazione internazionale. Il suo pubblico, generalmente urbano e altolocato, lo percepisce anche un po’ come uno status symbol.
Ma chi sono i giornalisti dell’Economist? Il dato più sorprendente, soprattutto in relazione al mondo del giornalismo italiano, è la bassa età media dei redattori. Anche se la maggior parte sta fra i trenta e i quaranta, non è inusuale imbattersi in autori poco più che ventenni che ricoprono ruoli di primo piano. L’attuale corrispondente dall’Africa ha solo ventisette anni e già a ventitré scriveva nella sezione britannica. Lo stesso vale per Jeremy Cliffe, responsabile della rubrica di politica inglese ‘Bagehot’ intitolata al terzo direttore del settimanale. Bill Emmott, poi divenuto direttore nel 1993, cominciò anch’egli ventenne come corrispondente dal Giappone a inizio anni Ottanta. “All’Economist non ci sono strutture ossificate e l’accesso al giornale è a tutti gli effetti meritocratico”, spiega proprio Emmot. “Può succedere che giovani particolarmente brillanti vengano assunti direttamente dopo gli studi all’università”. Funziona così: ogni anno le varie sezioni dell’Economist lanciano un bando in cui offrono un periodo di praticantato, in genere molto ben retribuito. I candidati, oltre a curriculum vitae e lettera di presentazione, devono inviare un articolo “adatto alla pubblicazione sul giornale”. I prescelti vengono esaminati nella sede, dove si presentano con una serie di proposte di articolo che vengono vagliate dal caporedattore. Chi passa comincia fin da subito a pubblicare, senza tanta gavetta o assistenza ai giornalisti più esperti. Le nuove reclute non guadagnano in ogni caso meno di un terzo dei 100mila euro che normalmente porta a casa un medio quadro del giornale, rappresentando un significativo risparmio per la società.
“È una rivista fatta da giovani che fanno finta di essere vecchi”, ha detto il giornalista americano Michael Lewis a The Atlantic. “Se solo i lettori americani potessero scorgere i visetti brufolosi dei loro guru di economia e politica internazionale correrebbero a gambe levate a disdire l’abbonamento”. Altri detrattori sottolineano come il numero assai ristretto di giornalisti costringa il giornale a fare ampio uso di fonti secondarie, rielaborandole sì con maestria e acume, ma comunque aggiungendo poco di nuovo alle storie trattate. Quanto alla meritocrazia, molti lamentano che la maggior parte dei giornalisti provengano dai canali di formazione privilegiati delle élite inglesi, Oxford e Cambridge, oppure dalle altrettanto esclusive Harvard e Stanford negli Stati Uniti. “Che ci vuoi fare, sono le università migliori”, dice il giornalista di Financial Times e Repubblica John Lloyd, “io mio figlio l’ho mandato a Oxford, dove l’insegnamento one-to-one dà una marcia in più; comunque la tendenza va spiegata anche in rapporto a fattori ambientali: si tratta di giovani cresciuti in famiglie colte che hanno avuto accesso alle scuole private”. La novità più recente, tuttavia, è il progressivo ingresso di giornalisti non anglosassoni, fra cui sei tedeschi, qualche francese e un indiano. La stessa Zanny Minton Beddoes, la prima donna direttrice del giornale, è per metà tedesca. La conferma della sua nomina è da poco arrivata dal Board of Trustees, un organo garante dell’indipendenza del giornale composto da quattro rappresentanti con potere di veto sulla scelta del direttore e sui cambi dell’assetto societario.
The Economist Group non è però soltanto il settimanale. La holding comprende anche la Intelligence Unit, un centro di ricerca e analisi finalizzato alla consulenza imprenditoriale. Attraverso una rete internazionale di cento specialisti e 650 collaboratori locali, l’azienda vanta una competenza da insider nelle realtà economico industriali dove opera. In Cina, per esempio, rapporti diretti con il National Bureau of Statistics le permetterebbero di fornire ai propri clienti informazioni esclusive su un mercato altrimenti indecifrabile sulla base dei dati disponibili pubblicamente. A quanto risulta a Prima, i giornalisti dell’Economist non fanno uso dell’azienda sorella per raccogliere dati e informazioni per il settimanale, ma ne rispettano la piena indipendenza all’interno del gruppo.
L’Intelligence Unit, anche grazie alle controllate di recente acquisizione Bazian e Clearstate, specializzate in ricerca sanitaria, ha contribuito con 48 milioni di sterline agli introiti complessivi della holding nell’anno fiscale 2014-2015, confermandosi secondo business dopo il settimanale. Segue il giornale Cq Roll Call, specializzato nelle dinamiche di politica e lobbying del Congresso americano (assomiglia al più noto concorrente Politico), con 46 milioni, poi le attività minori EuroFinance, il bimensile di costume Intelligent Life, e l’agenzia di marketing digitale Tvc che è in forte crescita. Anima e corpo del gruppo rimane comunque l’Economist che, nonostante il calo significativo degli introiti pubblicitari, ha registrato 230 milioni di ricavi garantendo al gruppo un profitto netto di 60 milioni di sterline nell’ultimo anno. Fondamentale l’aumento dei margini di profitto sulla singola copia, ottenuto tagliando i costi di distribuzione e limitando le spese di marketing. “Vogliamo incoraggiare i lettori ad acquistare il nostro prodotto su iPad, molto meglio leggerci lì piuttosto che su alberi morti che decuplicano i nostri costi di distribuzione”, dice un redattore spiegando l’urgenza della transizione al digitale. Rendere il settimanale il più possibile indipendente dalle inserzioni pubblicitarie puntando sul reddito diretto delle sottoscrizioni a pagamento è l’aspirazione del management del gruppo, secondo il quale la strategia del Guardian di mettere tutti i contenuti in chiaro on line è purissima follia (e i rispettivi bilanci lo confermano).
Ai tempi dei duri attacchi del settimanale contro Silvio Berlusconi, l’ex Cav aveva definito i suoi giornalisti “una banda di comunisti”. Il Giornale ci impiegò poco a fargli eco paragonando l’ex direttore Bill Emmott a Lenin (un po’ di somiglianza fisica in effetti c’è, anche se il primo ha uno sguardo decisamente più affabile). Malgrado Karl Marx leggesse il settimanale nei primi anni dopo la fondazione, avvenuta nel settembre 1843, la vis polemica del quotidiano italiano colpiva decisamente fuori bersaglio. L’Economist si è sempre distinto per la sua chiara adesione a un filone culturale radicalmente opposto, quello liberale. Il fondatore James Wilson era un devoto di Adam Smith e della sua mano invisibile, nonché, qualche anno più tardi, di John Stuart Mill e della sua declinazione più politica della dottrina liberale. Questi due punti di riferimento, cui se ne aggiungevano altri come David Ricardo o l’utilitarista James Mill, padre di John Stuart, ben riflettono le posizioni mantenute oggi dal settimanale. Da una parte l’opposizione a ogni tipo di interferenza con i mercati, ma dall’altra la promozione attiva dell’indipendenza individuale anche su questioni spinose come aborto, prostituzione o matrimoni gay, di cui l’Economist fu precoce sostenitore.
L’atto costitutivo del giornale si inserisce proprio nel contesto di una battaglia a favore del ‘laissez-faire’. Fra gli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento una carestia rendeva insopportabile il dettato delle ‘Corn Laws’, le leggi protezioniste che limitavano l’importazione di grano dall’estero per tutelare i produttori locali. Ben presto un movimento abolizionista si sviluppò nella cittadina di Manchester, per poi diffondersi in tutto il Paese spinto dai prezzi troppo alti per il pane. Il cappellaio scozzese James Wilson decise di fondare un giornale per sostenere la campagna, per poi continuare a dirigerlo con la stessa filosofia anche dopo la soppressione delle leggi. “Da allora l’Economist ha sempre tenuto la barra dritta”, osserva John Lloyd, “restando fedele all’impostazione culturale delle origini”. Non sorprende allora che Margaret Thatcher, vissuta negli ultimi anni all’hotel Ritz, a pochi passi dalla sede, presentasse ineguagliate affinità elettive con il settimanale. L’Economist le dedicò infatti una copertina a dir poco celebrativa in occasione della sua morte nell’aprile 2013, mentre altrove a Londra i detrattori organizzavano irriguardosi sit-in di festeggiamento.
“I giornali falliscono quando non hanno un’identità chiara, ma con l’Economist non c’è mai stata confusione al riguardo”, chiosa Ruth Dudley Edwards nel suo libro ‘Alla ricerca della ragione’ pubblicato per il 150esimo anniversario del settimanale. Gli articoli del settimanale prendono sempre posizione in maniera trasparente, senza lasciare spazio ad ambiguità. La regola dell’anonimato, per cui nessuno degli articoli è firmato dall’autore, contribuisce a creare l’impressione che il giornale sia scritto da una sola mano. Viene da chiedersi se i giornalisti più blasonati risentano talvolta del collettivismo della testata: “Niente affatto, è la cosa più bella del giornale. Rafforza il senso di appartenenza al settimanale rendendo il clima lavorativo estremamente piacevole e la collaborazione fra colleghi solerte e rilassata. Proprio in questo momento sto mettendo insieme un lavoro a cui hanno contribuito quattro persone diverse. Pensa come sarebbe complicato se dovessi decidere come farlo firmare”. L’anonimato è anche un’ottima strategia per tutelare i giornalisti dell’Economist da eventuali rappresaglie dei bersagli della testata: “Puoi prendertela coi dittatori senza che ti bandiscano dal Paese”, dice scherzoso un redattore. I detrattori, tuttavia, interpretano l’anonimato e i toni saccenti del giornale come una strategia per mascherare un livello d’analisi di gran lunga inferiore rispetto a quello che il marchio The Economist lascerebbe immaginare.
La riluttanza a concedersi il beneficio del dubbio nei propri pezzi d’opinione – ogni disaccordo viene fugato negli accesi dibattiti nell’ufficio del direttore – costringe talvolta l’Economist a ritornare clamorosamente sui propri passi. È il caso della campagna di sostegno alla guerra in Iraq, culminata con un editoriale dell’agosto 2002 intitolato ‘The case for war’ e poi rinnegata dal settimanale a più riprese in particolare dopo l’ascesa dell’Isis. “Le tragedie delle guerre balcaniche hanno influito sulla nostra attitudine nei confronti di Saddam Hussein”, spiega l’ex direttore Bill Emmott. “Quei massacri a inizio anni Novanta avrebbero dovuto sollecitare un intervento più solerte, e invece finirono per distorcere il nostro giudizio sull’Iraq dieci anni più tardi”. L’influenza del settimanale negli Stati Uniti è molto forte, anche se originariamente la sezione americana era destinata al pubblico inglese. Nata all’indomani dell’attacco a Pearl Harbor nel 1941, doveva informare sulla natura dell’alleato d’oltreoceano, ma col tempo si è trasformata in una rampa di lancio per l’internazionalizzazione del settimanale e per il boom della diffusione qualche decennio più tardi.
Le nuove frontiere sono oggi i mercati asiatici e le opportunità offerte dalla digitalizzazione dell’industria dei media. Lo conferma la nuovissima app ‘Global Economist Business Review’, disponibile anche in cinese e dedicata a tecnologia e finanza. Già qualche mese prima della scalata di John Elkann, inoltre, l’Economist aveva lanciato l’app ‘Espresso’ per invadere gli smartphone con sintetici briefing mattutini. Definiti dal giornale “shot di analisi globale”, gli aggiornamenti sono la prima espressione quotidiana del settimanale in 172 anni di storia. L’applicazione, già scaricata 800mila volte in pochi mesi, è inclusa nella sottoscrizione al giornale ma può anche essere acquistata singolarmente. L’idea è riuscire a interpretare il minimalismo giornalistico New Age affiancandolo alle classiche analisi di approfondimento settimanale.
Quanto alle sfide editoriali, in queste settimane l’Economist si sta impegnando per promuovere l’integrazione massiccia di migranti e rifugiati. Ben presto dovrà affrontare la battaglia europeista per tenere il Regno Unito all’interno dell’Unione. In occasione dell’endorsement per le politiche 2015 il settimanale era stato chiaro: con Cameron rischiamo l’Europa, con Miliband il bilancio statale e l’economia. Meglio optare per il conservatore, come d’altronde l’Economist ha fatto la maggior parte delle volte nella sua storia pluridecennale, tanto non è plausibile pensare che Londra scelga davvero di abbandonare Bruxelles. Il giornale inglese si prepara di nuovo a combattere, come sempre senza paura di sbagliare.
Davide Lerner