09 novembre 2015 | 10:56

Download velocissimo, ma un catalogo poco chiaro. Pregi e difetti di Netflix a poche settimane dal suo sbarco in Italia, analizzati da Balassone su ‘Il Fatto Quotidiano’

L’arrivo di Netflix, nelle case degli italiani che hanno deciso di usufruire del servizio, è servito per avere un’alternativa sia alla tv generalista che all’on demand di Sky, dove continuano ad essere seguite le più classiche serie televisive. I risultati, secondo quanto scrive Stefano Balassone sul ‘Fatto Quotidiano’, sono più che positivi: il tempo del download di un episodio è di pochi secondi, la qualità delle immagini più che apprezzabile, ma poco chiaro è il catalogo che non è disponibile tramite elenco alfabetico, con trame, protagonisti, regista e anno di realizzazione. Gran disponibilità, invece, di opzioni a priori (action, sentimento, cartoon etc) nelle quali però non intendiamo affatto rinchiuderci. Ma forse siamo noi che non ce la sappiamo cavare? Sta di fatto che per iniziare ci siamo affidati al sentito dire con due serie che più diverse non potrebbero essere: Marco Polo e Grace&Frankie.

Marco Polo alle spettatrici riempie gli occhi con la sontuosità dei costumi e la prestanza degli interpreti, mentre solletica le fantasie degli spettatori, specie in età pubere, con Kublay Khan e le sue innumerevoli concubine, scelte una per una, dalla amorevole imperatrice, che per di più assiste il consorte nel consumo di questi manicaretti apprestati pensando a lui. Un insuperabile sogno maschilista che a Marco non fa battere ciglio perché lui, si sa, è uomo di mondo.

La seconda serie, Grace & Frankie (Grace è Jane Fonda, dai settanta anni ben mostrati) è, al contrario il frutto maturo di un affermato costume post maschilista, in cui due amiche del cuore, che insieme ai rispettivi consorti formano un quartetto inseparabile, vengono abbandonate dai secondi che iniziano una nuova vita l’uno nelle braccia dell’altro. Costringendo automaticamente alla convivenza le consorti abbandonate. Che però non essendo gay non hanno altra scelta se non riaprirsi alle esperienze sociali, sesso comprese, da tempo abbandonate (supponiamo che il sesso cameratesco degli ex mariti si risolverà nel rilancio vitale delle ex mogli. Questione di ore e lo sapremo). E di certo anche qui Marco Polo, non avrebbe fatto un plissé.

Resta il fatto che Netflix, come ogni archivio e a differenza del canale non fa da contesto interpretativo a ciò che contiene ed include gli opposti senza sforzo e stridore alcuno. E così sul grande schermo di casa si passa dalle offerte identitarie dei canali patria al self service brado. Parafrasando Mc Luhan, il relativismo etico è il messaggio intrinseco a questo mezzo tecnico. Aspettiamo che qualcuno se ne accorga per goderci le conseguenti costernazioni.
Ma aspettiamo anche che Netflix, come auditel, rendiconti i percorsi di scelta dei suoi clienti. Basterebbero quelle statistiche a capire quel che gira nelle nostre teste, meglio di mille sondaggi al telefono. Nell’interesse della patria, della cultura e di ‘sciò business.

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Reed Hastings, ceo di Netflix (foto Olycom)