11 novembre 2015 | 13:04

La privacy è un diritto fondamentale, dice Tim Cook al ‘Corriere’. E sulle nuove frontiere dell’economia il ceo di Apple aggiunge: il cambiamento nel mondo è una costante, dobbiamo essere aperti

“Se è vero che mando la prima email ai miei collaboratori alle 4.30 di mattina? No, alle 3.45!”. Comincia così l’intervista di Tim Cook, pubblicata oggi sul ‘Corriere della Sera’, nella quale il ceo di Apple ha ripreso alcuni dei temi già affrontati durante il discorso tenuto all’Univerità Bocconi per l’apertura del nuovo anno accademico. Dalla responsabilità sociale di un’azienda, al futuro del mercato, dai diritti civili, alla privacy.

“La cosiddetta ‘App Economy’ è in molti Paesi il settore in cui i posti di lavoro crescono più rapidamente. Molti possono imparare a fare app: puoi esprimere una passione e vendere la tua idea in tutto il mondo. Prima dovevi creare un prodotto e andare a lavorare con i rivenditori in ogni singola nazione. L’App Store ha permesso a chiunque di premere un bottone e creare un’offerta globale”, dice Cook, quando si parla dei posti lavoro creati dalla Apple, 80mila in tutto, dei quali più di 75mila nel settore legato allo sviluppo di app per i suoi vari device.

Tim Cook, ceo di Apple, all’inaugurazione dell’anno accademico alla Bocconi (foto Olycom)

“Il cambiamento nel mondo è una costante”, dice il ceo di Apple, che ieri Mario Monti, presidente della Bocconi, ha definito “l’uomo che ha preso l’eredità di una leggendo come Steve Jobs”. “C’è stata un’epoca in cui dovevi saper cavalcare e portare le carrozze. Poi sono arrivati i treni e le auto e abbiamo avuto bisogno di ingegneri. I lavori variano ma il lavoro resta. Vedo questi fenomeni in continuazione in Paesi differenti. Figure professionali che spariscono e altre che nascono. L’importante è che aziende e governi preparino le persone a questo nuovo mondo. Il tuo atteggiamento mentale deve essere di apertura”.

E poi il tema della privacy, privacy che, riporta il quotidiano, lo stesso Cook aveva definito “un diritto fondamentale dell’uomo”. Ma nell’epoca della ‘nuvola’ di Internet come mettere d’accordo privacy e cloud computing? “Sì, penso ci possa essere privacy nel cloud. Ma voglio spiegare alcune cose sul mio approccio. Intanto in Apple progettiamo i prodotti in modo da mantenere la privacy delle persone. Ci sono cose relative a te che sono criptate all’interno del dispositivo e non permettiamo che questi dati vadano nel cloud. Non lo facciamo perché ci sembra sia qualcosa che non abbiamo il diritto di sapere. Noi non leggiamo le vostre email né i vostri messaggi. Si possono fare grandi prodotti e insieme avere un’adeguata protezione dei dati personali”.  “Cloud non significa ‘fine della privacy’”, dice, “Significa solo prestare più attenzione a come i prodotti sono concepiti per garantirla”.

“Alcuni sono molto sensibili se si parla di riservatezza dei dati personali. Ma io sono convinto che lo diventerebbero praticamente tutti se solo conoscessero la profondità con cui pezzi della loro vita sono presenti nei vari archivi online. Ci sono così tante informazioni… Ma in molti casi la cosa importante è che cosa queste informazioni suggeriscono. Non necessariamente quello che dicono prese individualmente”. Conoscendo molti dati sugli utenti, dalle loro attività, ai loro investimenti, o dati di salute dice Cook “potrei elaborare molti altri ragionamenti sulla tua persona. Molte cose orribili succedono se si arriva a questo secondo livello, quando le persone hanno dato il permesso a chiunque di sapere cose di sé”. “Io credo che un giorno succederà qualcosa di disastroso. E, conclude Cook, allora faremo una pausa e diremo: “Perché abbiamo permesso tutto questo? Come è potuto accadere?”. Io sono ottimista per natura e spero non si avveri, ma è per questo che insisto sulla privacy. Non è qualcosa di separato dal rispetto e dalla dignità umana”.

L’intervista integrale disponibile sul sito Corriere.it.