23 novembre 2015 | 14:32

Inutile resistere ai cambiamenti dell’era digitale, dice il direttore di VareseNews, Giovannelli, ma la dimensione economica di un editore è fondamentale per decidere liberamente la strategia di comunicazione

di Francesca Del Vecchio - “Resistere ai cambiamenti della nostra epoca è utopia. E poi non mi piace il verbo resistere”. Marco Giovannelli, direttore di VareseNews, crede nel cavalcare l’onda del proprio tempo, specie in professioni come quella del giornalista. Resta coerente con la sua idea portando avanti, dal 2012, il suo festival Glocal News, giunto alla fine della quarta edizione proprio il 22 novembre. Negli incontri, iniziati giovedì 19 parlando dell’eredità di Expo, i relatori hanno analizzato la situazione del giornalismo locale proiettato verso la realtà globale del web. VareseNews pare essere la sintesi dell’incontro tra i due elementi.

Marco Giovannelli

Marco Giovannelli

La  quarta edizione del Festival è un traguardo o un punto di partenza?
È un traguardo rispetto all’obiettivo iniziale, una sorta di provocazione per stimolare le coscienze di certi colleghi. Ma è assolutamente un punto di partenza sulla riflessione intorno al giornalismo: da dove abbiamo iniziato e dove stiamo andando. Di certo i nuovi mezzi tecnologici hanno cambiato la prospettiva. È giusto capire come utilizzare gli strumenti della rete al meglio per dare a realtà come Varese la giusta visibilità anche attraverso l’informazione.
Si è parlato molto, in questi giorni, di giornalismo locale e collaborazione social: crede davvero che le piccole realtà siano pronte per la rivoluzione 2.0?
Potrei dire “si, però”. Ma voglio essere onesto: no, non lo sono. La verità è che oggi gran parte della vita è digitale, quindi anche l’informazione deve andare incontro a quel genere di servizio. E fino a quando non si capisce questo si resta bloccati nella piccola realtà. La soluzione – mi si conceda la metafora – sta nella poesia di ciò che si scrive, non nella costruzione tecnologico. L’informazione è scambio e come tale deve incontrare le esigenze delle persone. I cambiamenti sono sempre difficili, specie se – come in questo caso – vanno a 300km/h: primo perché trovarsi di fronte al nuovo impedisce di coglierne immediatamente le potenzialità. Secondo, la dimensione economica è fondamentale. Se questa manca non si può essere liberi di decidere sulla strategia di comunicazione. I piccoli giornali adducono spesso questa giustificazione. Attenzione che non diventi un alibi per non affrontare il problema dal punto di vista teorico.

Le realtà locali sono anche giornalismo partecipativo. Non c’è il rischio di marginalizzare la professione?
Al contrario: il successo di situazioni come la nostra è proprio l’incontro con il pubblico e la partecipazione delle persone. Perché fare giornalismo è partire dalle vite degli altri per raccontarle. E il racconto parte sempre da un incontro, uno scambio tra protagonisti e narratori. Giornalismo partecipativo è solo il nome che si è finalmente dato a questo scambio. S’intende, se partecipazione vuol dire inserire all’interno degli ingranaggi di redazione un “estraneo”, beh, è impossibile: comporterebbe un notevole rallentamento del lavoro. Ma se significa mutuo scambio, allora anche la professione del giornalista ne uscirà arricchita.
Un bilancio di Glocal 2015?
Non amo le pagelle, ma sono utili. È come al cinema: 4 stelle vuol dire che il film merita l’attenzione. Io al mio festival do 6 stelle. Ma non perché siamo stati bravi noi. Piuttosto perché la declinazione dei contenuti e la partecipazione hanno superato le aspettative.