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05 dicembre 2015 | 9:38

‘Repubblica’, atto terzo

Con la decisione di chiamare Mario Calabresi alla direzione di Repubblica, Carlo De Benedetti ha conquistato per la prima volta dal lontano 1987, quando divenne padrone del Gruppo L’Espresso, una totale e reale autonomia da figure direttoriali a dir poco ingombranti: prima Eugenio Scalfari, poi il suo successore, Ezio Mauro. Difficile il compito di Calabresi per dare a Repubblica un posizionamento adeguato nell’Italia post berlusconiana e renziana, conquistando nuovi lettori senza però perdere l’anima che ha segnato i 40 anni di successi del quotidiano

Alle otto di sera di martedì 24 novembre a Roma il termometro della temperatura esterna segna i sei gradi Celsius. Quel che si dice un vero freddo cane. Dalle ampie finestre dell’ufficio di Ezio Mauro, direttore di Repubblica, si intravedono le luci rosse e gialle del traffico lento e irritante e la lunga via Cristoforo Colombo è spazzata dalla tramontana che incupisce ogni cosa. Davanti a sé Mauro ha convocato i cinque vice direttori: Angelo Aquaro, Fabio Bogo, Gregorio Botta, Dario Cresto-Dina e Angelo Rinaldi. Si capisce subito che non si tratta di una riunione di routine. “Cari colleghi non c’è un altro modo per dirvelo: mi dimetto da direttore”. Sguardi bassi, alcuni imbarazzati, altri meno sorpresi. Era nell’aria. Si sapeva e si diceva. Ma spesso si è detto (e si è fatto finta di sapere) che Ezio Mauro era in procinto di lasciare la direzione e ogni volta le voci si erano rivelate senza fondamento. Chiacchiere e malevolenze. Questa volta però è tutto vero. Finisce così, con un gesto semplice il secondo atto del più venduto e temuto e amato quotidiano italiano e, insieme, una singolare avventura umana e professionale, quella di Ezio Mauro, tosto dronerese arrivato ai suoi sessantasette anni con tutti i capelli in testa e uno sguardo che quando vuole esserlo, è davvero impenetrabile.

Proprio in quelle ore noi stavamo arrovellandoci su come trattare il quarantesimo compleanno di Repubblica previsto per il 14 gennaio prossimo. Solo il giorno prima avevamo chiamato Mauro per chiedergli se fosse disponibile per un’intervista. Lui si fa vivo dopo ventiquattro ore: “Lei mi capirà se non l’ho richiamata subito ma prima dovevo dare la notizia delle dimissioni ai miei vice direttori”. Quale motivo l’ha spinta a dimettersi, direttore? “Penso che quando capisci che è arrivato il momento di mettere un punto finale”, risponde con lenta precisione Mauro, “è bene che lo faccia tu invece di lasciarlo fare ad altri”. Tradotto: sia chiaro che sono io che ho deciso di andarmene, non loro a cacciarmi. Aggiunge un dettaglio: “Già a settembre ne avevo parlato con Monica Mondar­dini. Per me la partita era bella che chiusa”. Ma perché proprio ora? “Mi piaceva l’idea che il mio addio a Repubblica coincidesse con due compleanni, uno privato – i miei vent’anni di direzione – e uno pubblico, i quaranta del giornale”. Come si sente oggi, direttore? “Bene. Molto bene. Anche se penso che se sapessi perché mi sento così bene, forse starei ancora meglio”. Nell’asciuttezza di un ragionamento e nella durezza delle parole Mauro infila sempre una impercettibile dose di ironia che non tutti intercettano e che invece racconta molto di come è fatto al di là delle apparenze.

 

L’articolo  è sul mensile Prima Comunicazione n. 466 – Novembre 2015