22 dicembre 2015 | 10:51

Comprarsi 100mila ‘like’ costa 1400 euro, ma più della metà sono falsi. I meccanismi della compravendita spiegati da Corriere.it

La lista degli acquirenti di ‘mi piace’ su Facebook (ma anche di seguaci su Twitter ed Instagram) si sta ampliando sempre di più. Dagli attori, cantanti e politici, negli ultimi tempi, si è aggiunto anche il caso della Regione Campania, che ha pagato una società per aumentare il numero dei fan della propria pagina. In poco più di due mesi, infatti, si è passati da 4mila a 60mila “mi piace”.

Su Corriere.it si legge di due ragazzi di Bassano del Grappa che, a poco più di 20 anni, hanno basato su questo un business molto redditizio: fatturato da 20mila euro al mese (in forte crescita), cabriolet, vestiti alla moda. Tutto grazie alle offerte di pacchetti di ‘mi piace’. Gestiscono le richieste dalla loro stanzetta e, alla mattina presto, il computer è già inondato di ordini. C’è il cantante che ha richiesto trentamila fan sulla nuova fanpage, l’attore che vuole più followers su Instagram, il politico che chiede retweet. Un filone in espansione, quest’ultimo. “Ormai le campagne elettorali si sono spostate sui social network – dice Hamza El Hadri, fondatore della Socialsite – Non ci chiedono più di diffondere loghi o slogan ma di moltiplicare i ‘Mi piace’ ai loro commenti”.

I costi partono dai 19,90 euro fino ai 1400 euro per avere centomila fan. C’è un attore che compra praticamente ogni mese. L’ultimo versamento effettuato è stato di 750 euro e la sua pagina ha 170mila seguaci. Quando li contattò la prima volta ne aveva solo diecimila.

“Ora va forte, la gente vede che è seguito e lo ritiene molto bravo. Del resto la gente andrebbe ad un evento dove ci sono solo due partecipanti?” dice Hamza. In questo modo qualsiasi banalità diventa un successo. Sul social di Zuckerberg, però, i like viaggiano più lentamente, perché lì bisogna evitare l’antispam che blocca incrementi inconsueti. Tutto questo crea un effetto a catena tra i navigatori della rete. Anche chi non è interessato al contenuto tende a cliccarci su. “Semplicemente per la voglia di far parte di qualcosa di popolare”, spiegano. E c’è chi ne approfitta. Come una persona che periodicamente paga per aumentare le condivisioni sui video anti islam o che descrivono questa religione come violenta, da temere. Si fa capire che “l’Islam moderato non esiste” per poi vantarsi di esprimere opinioni molto apprezzate: “Come vedete la pensano tutti come me”.

Ma come funziona questo sistema e chi sono gli utenti che cliccano ‘mi piace’? Nessuno che vende questi servizi vuole svelarne il funzionamento. Sia perché non sempre è lecito, sia perché ci sarebbero frotte di internauti pronti a imitarli. I due ragazzi dicono solo che si limitano a ricevere gli ordini e girarli a un network che poi si occupa della raccolta ‘like’. Il 25% di quello che guadagno va al network. Così funziona anche per gli altri, con poche varianti. Dopo aver contattato uno di questi network, risponde un ragazzo di 25 anni di Belluno, che lavora con il padre in azienda ma al tempo stesso ha sviluppato questa attività sui social.

“Non posso dire come faccio, ma dirò come fanno gli altri. E sono la maggioranza: utilizzano degli shell script. Quando appaiono le finestre di benvenuto all’apertura di una pagina, cliccando sulla ‘X’, l’utente crede di chiudere il pop up, ma invece sta mettendo un ‘mi piace’ da qualche parte. E chi programma questi script viene pagato profumatamente per inserirli”.

Quella che il ragazzo descrive è solo una delle tante tecniche usate per accumulare like e, tra i vari ‘mi piace’, ricevuti, c’è un certo Alfio Bellini, maresciallo dei Carabinieri. Peccato però che negli archivi dell’arma non risulti nessuno con questo nome. “A meno che non faccia parte di reparti speciali come i servizi segreti non esiste nei nostri archivi” dicono dall’Arma, che ha avviato una verifica. Il testo del profilo è scritto in indonesiano e la maggior parte del traffico proviene dal Vietnam e dalla Thailandia. Sono tutti profili abbastanza standard: un paio di foto, qualche informazione generica e pochissimi amici. Quando lo facciamo notare, il responsabile del network cambia atteggiamento. Davanti all’evidenza è costretto a spiegare qualcosa di più. “Diciamo che gli utenti internazionali sono metà reali e metà non reali insomma”.

Ma non erano tutti reali? “In realtà mi affido a degli esperti che non sono italiani e nemmeno americani, sono soprattutto turchi e arabi che sanno generare profili falsi. Li vendono a buon mercato. Altre volte sono sviluppati da software monitorati costantemente da hacker. Così facendo se Facebook attiva l’antispam si riesce prontamente ad aggirarlo”. Questa specie di doping del gradimento virtuale non risparmia proprio nessuno e fa leva soprattutto su un fattore psicologico. Perché chi compra like aumenta il numero sul contatore della pagina ma non le persone che realmente lo seguono. Se poi l’acquirente è un’istituzione c’è da chiedersi a cosa serva visto che chi segue la pagina non sempre è reale. “Una verifica l’abbiamo fatta anche sugli account di alcuni politici, eravamo curiosi – dice Hamza -. Ad esempio tra i seguaci di Matteo Salvini abbiamo evidenziato tantissimi fake, utenti non reali o utenti con profilo falso”.

Matteo Salvini (Foto Olycom)

A confermare quello che dice ci sarebbero i dati di Twitter Audit, un algoritmo creato da David Gross e David Caplan con l’obiettivo di quantificare gli utenti non reali su Twitter (si basa soprattutto sull’attività che i profili svolgono sul social network, ossia la data dell’ultimo tweet, il numero di tweet, etc il software considera un fake l’utente che da molto tempo non usa l’account). Digitando il nome utente di Salvini risulta che quasi la metà dei suoi followers sarebbero finti o non attivi. Fa peggio Beppe Grillo. Dei quasi due milioni di fan, per Twitter Audit ben 1.209,654 risultano falsi.