05 gennaio 2016 | 11:34

Il produttore di Quo Vado?, Pietro Valsecchi (Taodue Film) al ‘Foglio’: Zalone si è imposto al pubblico, all’Italia, perché ha detto che ‘il re è nudo’. Tutti ridono, tranne quelli con la puzza sotto il naso

Il Foglio 05/01/2016 – Alcuni stralci dell’intervista di Maurizio Crippa a Pietro Valsecchi - (…)  Diremo solo che Pietro Valsecchi (“chiamatemi artigiano”) patron della Taodue Film, ovvero il produttore neo-paperone che ha scoperto e scommesso per primo su Checco Zalone (“non sai la fatica per fargli fare il primo film, non lo voleva nessuno”) e adesso si lustra gli occhi per Quo vado? è quasi più contento (quasi, va) di potersi levare un paio di sassolini dalle scarpe che neanche del trionfo nelle sale. Sassolini a proposito di Checco Zalone, del suo lavoro e soprattutto del cinema italiano con pretese culturali (di sinistra, va da sé). O per meglio definirlo: quella consorteria litigiosa e asfittica, con la puzza sotto il naso senza nemmeno avere fiuto, che è il mondo del cinema italiano – autori e critici – con il suo birignao eterno da sinistra in salotto, conformista e inconcludente.

(…) Che poi, a parte il box office, che tipo di fenomeno sarebbe? “La sorpresa di una comicità che coglie un’Italia sospesa tra gli anni 50 e il 2020, ma senza fare della sociologia, della teologia. Così ne esce un film che unisce tutti gli italiani, perché tutti ci si riconoscono, tutti ridono. Tutti, tranne quelli con la puzza sotto il naso. Quelli che non riescono ad ammettere che un film così, invece, appartiene alla cultura: perché un film che fa ridere e unisce un paese è un pensiero”.

(…) “Il cinema italiano è un mondo di piccole caste. Gente che si premia solo tra loro, e ogni premio per te è un’invidia per me. Un mondo cui io sono estraneo, e a cui Checco Zalone è estraneo: lo considerano un marziano”. Lo considerano di serie B, il comico che arriva da Telenorba, nemmeno da Rai3, mentre solo il cinema d’autore sarebbe cultura di serie A: le sembra ancora possibile? “C’è un tabù, come se il cinema fosse solo quello. E’ gente, quella del cinema, che nella maggior parte ancora non guarda la televisione. Venire dalla tv è un marchio d’infamia”. Le sembra ancora possibile, nell’epoca delle serie e di Netflix?

(…) Lui (Zalone) guarda la realtà, la racconta con una chiave comica, per questo il pubblico riconosce se stesso”. Poi c’è il tabù dell’intellò, del critico. Tra vent’anni, c’è da scommeterci, saranno tutti lì a parlare di Zalone come di Totò, come persino si parla ora di Franchi&Ingrassia: ah, erano grandi, raccontavano l’Italia, e non ce ne siamo accorti. “Capiterà, e sarà un segno che ho ragione io, che ha ragione Checco Zalone. Chi sa veramente guardare l’Italia? Quelli che pretendono la satira di sinistra, la sociologia?”. Quelli insomma che ancora oggi, a “checcomania” conclamata, abbozzano con un po’ di fatica. Vedi alla voce Cristian Raimo, che pure non è tra i peggiori, che ieri su Internazionale, per poter dire bene di Quo Vado? è stato costretto a semiotizzare, o forse proprio a somatizzare: “La narrazione è quindi una metanarrazione, sul modello perfetto di Prendi i soldi e scapp a… è uno Zelig alla meridionale”.

(…) Qualunquista? Troppo di destra? Forse renziano? “Non è questione di destra o sinistra. C’è solo buon cinema e cattivo cinema”, preferisce dire Valsecchi. “La verità culturale è questa: Checco Zalone si è imposto al pubblico, all’Italia, perché ha detto che ‘il re è nudo’. Ma stavolta il re nudo è il piccolo mondo antico del cinema italiano, con le sue piccole presunzioni”. Dopo un’impresa simile, il posto fisso Pietro Valsecchi se lo merita davvero. “Magari. Ma Renzi ha detto che mi manda alle isole Svalbard”. Maurizio Crippa