11 gennaio 2016 | 18:45

Google e Facebook rischiano di diventare i killer di editori e giornali, dice al ‘Fatto’ il condirettore di ‘Prima’, Alessandra Ravetta. Ma la Rete ha reso il mondo dell’informazione più competitivo e democratico

Il Fatto Quotidiano 11/01/2016. Intervista di Salvatore Cannavò ad Alessandra Ravetta,con direttrice di ‘Prima comunicazione’ –  Quarant ‘anni fa nasceva Repubblica , il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, oggi all’attenzione per il recente cambio di direzione tra Ezio Mauro e Mario Calabresi e per l’annoso rapporto tra informazione e potere. In questi quarant’anni il mensile ‘Prima comunicazione’ si è dedicato con scrupolo ad analizzare quel rapporto. Alessandra Ravetta è il condirettore del mensile e oltre ad affiancare il direttore Umberto Brunetti, tra la chiusura di un numero e l’altro si occupa di tutto: “Condirettore ed editore”.

Alessandra Ravetta

Alessandra Ravetta

Il giornale, il cui ultimo numero è dedicato proprio a ‘Repubblica’, ha resistito per decenni e ancora oggi è lì a fare le pulci all’informazione e ai poteri, con spirito critico. Come è cambiato il rapporto tra informazione e politica in questi 40 anni? “Molto perché sono cambiati i protagonisti e perché c’è Internet. Il potere è più diffuso. Non ci sono solo i pochi player di inizio anni 70, i grandi padroni del mondo dell’industria che investivano nei media per condizionare e avere ruolo rispetto alla politica”.

Quei potentati controllavano tutto? “La Rai era in mano alla politica, non c’era ancora Mediaset e i giornali si dividevano tra il ‘Corriere’ dei Rizzoli, il gruppo Monti-Riffsser, la Montedison, Perrone. Allora coniammo la definizione dei ‘signori’ a capo dei propri castelli”. Castelli? “Quando Carlo Caracciolo, del gruppo Espresso, comprò le testate locali facemmo un numero in cui l’Italia era suddivisa in tanti castelli, ognuno in mano a un ‘signore’ Si capiva così quanti ne avesse Caracciolo o quanti Riffser, il ‘signore’ di Toscana e Emilia Romagna che con suo nonno arrivava fino a Livorno. Tutto questo c’è ancora oggi ma la nascita di Internet ha ridimensionato il fenomeno. Oggi occorre dividere la capacità informativa con una miriade di strumenti”.

La rete ha distrutto i poteri forti? “Diciamo che la Rete ha reso più uguali i potentati. Mentre prima ci misuravamo solo tra testate e giornalisti, ora dobbiamo fare i conti con quello che scrivono moltissimi altri. È un mondo molto più competitivo e democratico. Non sono assolutamente d’accordo con le classifiche di ‘Reporter sans frontières’ che ci vedono in basso nella classifica sulla libertà di stampa. In Italia c’è un giornale come il ‘Fatto’ e uno come il ‘Foglio’; sopravvive ‘il manifesto’ o, nel nostro piccolo, anche noi.

E il rapporto con la politica? “Negli ultimi anni è molto cambiato. Sono tutti meno potenti. Anche i giornalisti. Fino alla fine degli anni 90 erano un potere. Tanto che venivano superpagati e avevano contratti convenienti, molto onorevoli, proprio perché erano tenuti in grande considerazione. Potevano creare dei sommovimenti, fare dei danni ai sistemi consolidati. Era un mondo che contava molto e che negli ultimi anni si è depotenziato in maniera spaventosa. Una volta la Fnsi (Federazione nazionale della stampa) aveva un ruolo notevole, oggi non più. Una volta c’era anche una forte ‘Unità’. Infatti, il Partito comunista italiano ha investito risorse enormi sull’informazione, pensi ai debiti fatti per ‘l’Unità’ o per ‘Paese Sera’. Ciascuno cercava di avere i propri mezzi per comunicare con le proprie aree di influenza, fossero politiche oppure quelle della società civile. Eppure quel giornale, anche vendendo fino a mezzo milione di copie, non era considerato dagli investitori pubblicitari. Erano dei nemici per strutture come la Fiat oppure la Montedison”.

Anche oggi la pubblicità resta il problema numero uno. Poca a molti e molta a pochi. “La pericolosità risiede ancora nel modo in cui la pubblicità viene distribuita. Un certo tipo di giornalismo di battaglia non è considerato utile per promuovere certi prodotti. Ma il vero rischio, il vero problema che abbiamo davanti è che Internet non produce ricavi importanti nonostante tutti gli investimenti realizzati su questo strumento. E questa è una catastrofe. Investiamo su un mezzo fondamentale che ha un costo importante ma che rende sempre meno”.

Anche la Rete, quindi, non è solo libertà e progresso? “Dal punto di vista di chi controlla le risorse – alla fine siamo sempre lì – questa fonte si sta impoverendo o comunque diventa sterile e i grandi player sono Google e Facebook, colossi sempre più mostruosi. Rischiano davvero di diventare i nostri killer”.

C’è chi pensa che sia la libertà in assoluto, si veda il caso di Ilaria Cucchi che pubblica su Facebook senza passare per i giornali. “È indubbio che siano strumenti di grande libertà e che dà a la Cucchi la possibilità di autodeterminare la propria informazione. Non lo nego. Dico però che la Rete e i colossi che la dominano sono delle spugne che assorbono tutto il flusso economico della comunicazione. Che si accentra e diventa scarso per l’informazione professionale. È utile la foto su Facebook ma anche che il ‘Fatto’ scriva i suoi pezzi su quello che fa la Cucchi. L’informazione professionale ha una sua importanza, su questo non ci sono dubbi. Soprattutto se lo fa in buona fede.

“Prima comunicazione” nasce nel 1973: com’era l’informazione di allora? “Prima comuinicazione è stata il prodotto del ’68 quando la borghesia di sinistra non ne poteva più del mondo in cui si viveva. Un mondo molto bigotto e reazionario. Nasciamo con soci manager dell’Olivetti, persone del Psi o del Pci, giornalisti illuminati – si pensi a Oreste del Buono o a Giorgio Bocca – che avevano una visione del mondo e rappresentavano un piccolo mondo antico. Piero Ottone veniva da noi a fare i dibattiti con Bocca sulla libertà di stampa”.

È in quel contesto che nasce ‘Repubblica’. “Infatti nasce come atto di rottura. Ma anche la nascita del ‘Giornale’, di destra ma non bigotto, costituì una rottura. Noi consideravamo il suo giornale terribile dal punto di vista politico ma Indro Montanelli era bravissimo e anche loro sono stati un elemento di novità. La differenza è che dopo poco tempo hanno dovuto cedere a Berlusconi. Ma anche ‘Repubblica’ ha avuto inizi faticosi: la Mondadori voleva scappare perché il giornale non decollava. Poi ha cominciato a funzionare”.

Perché? “Perché Scalfari ha capito che il suo target era quella parte del Pci, o della sinistra borghese, che voleva cambiare le cose in Italia ed è diventato il portabandiera di quel mondo facendo peraltro un bellissimo giornale”.

Quando avviene la svolta? “Molti pensano sia legata al rapimento di Aldo Moro ma in realtà ha pesato molto la crisi del ‘Corriere della Sera’ in seguito allo scandalo P2. Il giornale di Scalfari arriva a superare il ‘Corriere’ che era diventato l’ house organ di una banda di deficienti.”

Non erano pericolosi? “Sì, certo che lo erano. Ma avevano una visione del mondo che non permetteva di fare dei bei giornali. Diciamo che erano dei “cattivi” piuttosto retrogradi. ‘Repubblica’ cresce anche quando diventa il giornale dell ‘anti – craxismo. “Quello che l’ha reso potente è stata la capacità di scegliersi nemici politici con grande determinazione e di creare una contrapposizione fortissima. È avvenuto con Craxi ed è avvenuto in forma strepitosa con Berlusconi. Hanno sempre fatto un giornale molto antagonista. Oggi molto meno. Ma oggi o scegli di essere il nemico di Renzi, e voi fate bene dal punto di vista del marketing visto che siete tra i pochi che lo mazzolano, oppure è più difficile”.

Come è cambiato tutto questo con l’avvento di Berlusconi? “Berlusconi è sempre stato un personaggio molto determinato, molto furbo e molto intelligente. Forse è stato più intelligente nella sua fase imprenditoriale che in quella politica”.

Avevate pubblicato un’intervista in cui rispondeva solo con un “sì ” o con “n o” alle domande salvo una in cui si poteva dilungare. “Lo ha costretto Brunetti. Siccome era un fiume in piena, per cercare di rendere l’intervista leggibile Brunetti si inventò quel format. L’obiettivo era quello di contenere un Berlusconi molto ridondante e anche molto determinato sul fronte delle iniziative.”

Cosa lascia sul piano dell’informazione? “Ha fatto grossi danni alla Rai e, in parte, alla sua azienda. Panorama, ad esempio, considerata uno strumento di propaganda personale, si è immiserita. Mondadori, invece, ha potuto continuare a essere libera perché non lo ha mai interessato. Lui puntava sull’informazione immediata. L’altra cosa che Berlusconi non ha capito per niente è Internet”.

E Renzi? “Lui sa benissimo che la Rai è uno strumento importantissimo per fare politica. E sa di non avere antagonisti”.

Il fatto giornalistico più interessante di questi anni. “Non ci sono episodi unici ma tante storie onorevoli di gente che si è impegnata. Per esempio quando il ‘Fatto’ è nato, anche se non avevamo rapporti con la vostra direzione , l’abbiamo considerato una cosa molto positiva. Come anche Sky che ha portato in Italia una professionalità televisiva straordinaria. Una cosa bella è stata la nascita di ‘Repubblica’ o, se mi è consentito, quella di ‘Prima comunicazione’”.

Le risorse fondamentali dell’informazione per reggere nel futuro? “Essere persone perbene, cercare di fare bene il proprio lavoro. Avere chiaro il problema del conflitto di interesse, non solo quello di Berlusconi. In Italia resta un problema irrisolto e tutti fanno fatica a capirlo. Mentre nell’informazione è una categoria fondamentale.”