18 gennaio 2016 | 14:53

Sergio Castellitto al ‘Corriere’: non penso che il successo di Zalone farà bene al cinema italiano, ma è meglio dei film assistiti che hanno dissipato milioni di euro. Fa ridere la sinistra che dopo anni di snobismo sale sul carro del vincitore

Corriere della Sera 18/01/2016 –  «Col passare del tempo, mi diverte sempre di più far recitare gli altri». Sergio Castellitto, il regista. Sta scrivendo il suo nuovo film, senza titolo ma la storia c’è tutta, e la protagonista sarà Jasmine Trinca.
Di cosa si tratta?

«È un film sull’ossessione del nostro tempo: il denaro a tutti i costi come unica possibilità per raggiungere questa cosa che si chiama felicità. Il denaro non è più una conseguenza del lavoro o del sacrificio ma di un colpo di fortuna, o di furbizia. Mi colpisce la patologia del gioco d’azzardo. È la storia di una donna di 35 anni che sta cercando di costruirsi un’attività commerciale e raggiungere l’indipendenza economica, per affrancarsi dallo strisciante stalking del marito, da cui è separata. Una specie di Ken Loach ambientato a Centocelle. Il soggetto è di mia moglie, Margaret Mazzantini. Il cinema si scrive quasi sempre con qualcun altro, ci è parso naturale. Ci diciamo tutto, anche se una cosa non ci piace, la franchezza è una forma d’amore».
Lei ha detto che a un certo punto bisogna smettere di fare l’attore, e che se lo fai bene dopo un po’ lo disprezzi.

«Sono contento del mio psicoterapeuta, In Treatment su Sky. Io? Mai fatta analisi: mi confesso in pubblico da 35 anni. Quanto all’intolleranza, sono sempre irritato quando i miei colleghi dicono di fare questo mestiere per comunicare. Lo si fa per una intenzione nevrotica. Un modo per voler essere accettati, perché il mondo si accorga di te. Ma resto attore, sul set quando dirigo mi accorgo di fare gli stessi movimenti di chi recita. La più bella definizione resta quella di Artaud: l’attore è un atleta dell’anima».
È difficile mantenere negli anni l’adrenalina del set?

«Ogni mestiere incontra lo stereotipo di se stesso, non si continua a fare delle cose ma a ri-fare. Ho cominciato come regista perché come attore avevo perso la spinta studentesca, non sentivo più il panico, che ho visto fino all’ultimo in Mastroianni, infatti era unico. Il panico non è paura: è benzina, è energia. Come attore ho recitato in 70 film, tra cinema e tv. Mi diverte l’idea di partecipare a opere prime, di mescolare esperienza e inesperienza. Con Alba Rohrwacher farò Skin di Mauro Mancini, una storia forte, sul razzismo».
Il 25 terrà una master class al cinema Savoy di Roma, per il ciclo moderato da Mario Sesti, in cui ripercorrerà la sua carriera.

«Ricordo L’uomo delle stelle di Tornatore, la scena in cui il mio personaggio, il ciarlatano che invita a fare provini, viene picchiato, mio figlio Pietro si avventò sulla tv per difendermi… In quell’incontro, che apre un ciclo con Matteo Garrone, Radu Mihaileanu, Rocco Papaleo, Franco Battiato, mostro anche le clip dei film che mi hanno influenzato, Orizzonti di gloria di Kubrick, La grande guerra di Monicelli».
Lei è un attore…

«Un attore cerniera. Ho lavorato con i miei coetanei, Tornatore, Archibugi. Con i maestri, Ferreri, Monicelli, Scola. Poi con Bellocchio e Amelio, fratelli maggiori. Mi sono formato negli Anni 90, quando il nuovo cinema faticava. Non sono un intellettuale, ma un artigiano che crede che il cinema sia un gesto poetico che costa tanti soldi».
Che idea si è fatto dell’incasso di Checco Zalone?

«Non so quanto c’entri il cinema. Mi sembra un evento rave, quando tutti si riuniscono sul campo. Premesso che mi fa molto ridere, e che di fronte al successo bisogna inchinarsi e domandarsi perché, mi fa altrettanto ridere la sinistra che dopo anni di snobismo sale sul carro del vincitore, eleggendo Zalone a sociologo d’Italia, quando è solo un grande comico che è riuscito a prendere il pubblico dei cinepanettoni e quelli che non li andavano a vedere, che era la sinistra. Non penso che il suo successo farà bene al cinema italiano, ma è meglio dei film assistiti che hanno dissipato milioni di euro disprezzando l’idea di cinema che riportasse a casa il proprio denaro. Però il cinema è un’altra cosa, la società me la spiega meglio Irrational Man di Woody Allen».
È la vigilia della Berlinale. Fare il giurato ai festival, che tipo di esperienza è?

«L’ho fatto a Montreal, a Marrakech, a Roma come presidente di giuria. Non leggevo mai le critiche, col senno di poi mi accorgevo che i nostri commenti erano quasi all’opposto dei critici, e simili a quelli del pubblico. Sono stato giurato a Cannes, presidente era Sean Penn, l’anno in cui vinsero Gomorra e Il divo . Gli altri giurati mi chiamavano per gioco il mafioso. Si creano tensioni. Il nazionalismo nelle giurie in un modo o nell’altro è qualcosa che scatta».