27 gennaio 2016 | 15:05

Il Guardian dice stop ai publiredazionali online camuffati al fine di scampare l’ostacolo dell’ad blocking. Ci sarà scritto “contenuto a pagamento”

Quando si tratta di pubblicità online il Guardian mette i puntini sulle “i” e chiama le cose con il loro nome. Sia che si tratti di articoli publiredazionali sia che si tratti di articoli scritti dalla redazione. Come comunicato in un post, infatti, sono state sostituite le ondivaghe diciture a margine del testo “brought to you by” e “sponsored by” rispettivamente con le più chiare e precise “paid content” e “supported by”.

Come spiega Digiday.com, la decisione di precisare i termini in uso farebbe seguito all’introduzione, da parte della Federal trade commission Usa, di linee guida più stringenti in materia di native advertising. Perché definizioni come “promoted stories” e simili, altro non sarebbero che uno stratagemma messo in atto dagli editori al fine di evitare la trappola dell’ad blocking. Peccato però che secondo la Fct, così facendo, si trae in inganno il lettore.

La dicitura “supported by”, pertanto, indica contenuti editoriali prodotti in autonomia dalla redazione, ma finanziati da uno sponsor, come per esempio, il progetto “Cities“, realizzato grazie all’impegno economico della Rockefeller Foundation. Questo tipo di articoli si caratterizza per il fatto che, nonostante siano l’esito di un precedente accordo economico da parte dell’editore con il cliente, sono scritti come un qualsiasi altro articolo dai giornalisti del Guardian, che utilizzano lo sponsor come una fonte e nulla più.

Il contenuto deve passare attraverso l’approvazione dalla redazione e non viene fatto approvare in alcun modo, invece, dal cliente.

La dicitura “paid content” (contenuto a pagamento) o “paid for by” (pagato da), invece, indica contenuti prodotti dalla divisione commerciale del Guardian, senza alcun tipo di coinvolgimento da parte della redazione. Quelli che in italiano sarebbero definiti “publiredazionali”.

Si tratta di contenuti per i quali l’inserzionista ha pagato e che, pertanto, sono prodotti più dall’inserzionista che non dall’editore, che pure acconsente ad ospitarli. Questi contenuti sono soggetti alla regolazione da parte delle autorità competenti, come, per il Guardian, l’ Advertising standards authority nel Regno Unito, la Federal trade commission negli Stati Uniti e l’Advertising standards bureau in Australia.