03 febbraio 2016 | 10:55

La Rai mi può licenziare, il partito democratico no. Massimo Giannini torna sulle polemiche dopo la puntata della scorsa settimana di ‘Ballarò’: non spetta alla politica decidere i palinsesti e chi può lavorare in Rai (VIDEO)

Massimo Giannini torna sulla polemica che la scorsa settimana ha investito lui e la trasmissione di Rai Tre ‘Ballarò’, e, aprendo la puntata del 2 febbraio, risponde agli attacchi ricevuti da diversi esponenti del Pd, a cominciare dal segretario della Commissione di Vigilanza, Michele Anzaldi che aveva addirittura chiesto il suo licenziamento, per aver definito ‘incestuoso’ il rapporto fra governo e Banca Etruria  .

“E’ penoso che per contestare un programma che per qualche ragione si considera fuori linea si usi un argomento così strumentale e si trasformi in un’offesa personale al ministro Boschi una frase che per il significato ed il contesto nel quale io l’ho pronunciata non poteva obiettivamente e non può tuttora prestarsi ad alcun equivoco”, dice il giornalista. “Ho parlato di rapporti incestuosi per definire quel groviglio di relazioni politiche affaristiche e finanziarie, molto più larghe della cerchia della famiglia Boschi e del tutto privo del significato letterale che Alzaldi e gli altri esegeti del Pd hanno voluto leggervi. Lo hanno capito tutti, lo capirebberto tutti, ma nel Pd c’è qualcuno che fa finta di non capire e utilizza questo episodio come una clava contro Ballarò”. “Vezzo peraltro non nuovo”, aggiunge Giannini riferendosi non troppo implicitamente alla polemica di qualche mese fa sugli ascolti bassi dei talk politici, superati anche dalla messa in onda delle repliche di Rambo.

“La cosa mi indigna e mi dispiace molto, ma non capisco di cosa dovrei chiedere scusa pubblicamente, dal momento che il fatto semplicemente non sussiste”. “Quello che sussiste”, dice il conduttore, “è l’ennesimo paradosso di un palazzo che, di fronte ai tanti problemi che assillano l’Italia, perde tempo a sollevare bufere di questo genere. Quello che sussiste, ancora, è l’ennesimo attacco a chi cerca di fare solo informazione. E’ l’ennesima torsione del concetto di servizio pubblico, utile se serve a chi governa, molto più che a chi guarda la televisione”. “Non sono paladino di niente, non voglio vestire i panni del martire, ma resto convinto di un fatto: non spetta alla politica decidere i palinsesti e chi può lavorare nella più importante azienda culturale di questo paese, a meno che non si debba dare ragione a Saviano quando scrive: “ciò che sotto Berlusconi era inaccettabile, adesso è grammatica del potere”.

“La Rai mi può licenziare, il partito democratico, con tutto il rispetto, proprio no”.

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