06 febbraio 2016 | 16:23

Memoria viva, dagli angeli del fango, agli angeli della Rete (DOCUMENTO)

Daniela Colombo – Ricordare e allo stesso tempo promuovere la cultura di acqua e ambiente e le relazioni di prevenzione. Questi gli obiettivi di ‘Memoria Viva: dagli angeli del fango agli Angeli 4.0′, il progetto nato nell’approssimarsi del 50esimo anniversario dell’alluvione di Firenze del 1966 e presentato venerdì 5 febbraio al Politecnico di Milano,alla presenza di rappresentanti del mondo accademico, industriale e della comunicazione.

Un’occasione che non vuole essere solo una celebrazione, ma diventare piuttosto “un’opportunità costruttiva” per, come ha spiegato Toni Muzi Falconi, senior counsel di Methodos, “raccogliere e capitalizzare le conoscenze pratiche esistenti, imparando anche da altri territori, a partire oggi dall’Olanda e dalla sua cultura, esperienza e infrastruttura nella gestine delle acque”.
E proprio dall’Olanda viene Bart da Vries, presidente dell’Ipra (una delle principali associazioni internazionali che riunisce i professionisti delle pubbliche relazioni), che, anche guardando all’esperienza del suo Paese ha ribadito come sia sempre più fondamentale in situazioni di gravi rischi ambientali saper coinvolgere le persone rendendole consapevoli attraverso una comunicazione corretta ed efficace, che si deve comunque affiancare a politiche di prevenzione e piani di reazione da attuare nei momenti di reale emergenza.

Il convegno ‘Memoria Viva’

“Chi 50 anni fa si è occupato di Firenze, lo ha fatto per filantropia. Oggi è una necessita comune, che coinvolge tutti”, ha detto Giovanni Azzone, rettore del Politecnico di Milano, focalizzandosi sul coinvolgimento nel progetto di realtà così diverse e ribadendo come questa collaborazione e interconnessione sia uno dei migliori sistemi per affrontare le sfide poste dalla modernità, perchè “in grado di innescare uno scambio virtuoso che crea opportunità”.

“Nel 2016 non cade solo il 50esimo dall’alluvione di Firenze, ma sono anche i 20 anni da quello della Versilia del 1996″, ha ricordato il professor Giorgio Valentino Federici, professore di ingegneria civile all’Università di Firenze, spiegando come il progetto ‘Memoria Viva’, oggi supportato anche dalle istituzioni e affiancato da un comitato scientifico, sia nato anche con lo scopo di dare delle risposte per capire quanto à stato fatto e quanto ancora si deve fare in termini di messa in sicurezza dai rischi idrogeologici.
Giuliano Bianucci, amministratore delegato di M&C Marketing e Comunicazione, che con Federici è tra gli ideatori del progetto, ha illustrato poi uno dei punti chiave del progetto, cioè la creazione di grande museo-community. Concepito come uno stand con tanti padiglioni, la piattaforma vuole essere lo spazio in cui raccogliere il materiale che racconta i fatti del ’66 e da lì poi partire per escplorare tutte le tematiche connesse, dalla cultura delle acque e del territorio, alla conservazione dei beni culturali. Non un database asettico dunque, ma un racconto a lungo termine attraverso il quale effettuare questo simbolico passaggio di testimone, come racconta il nome del progetto, tra gli angeli del fango di allora e i moderni angeli 4.0.

Durante la presentazione non sono mancati gli interventi di chi con l’arte e il patrimonio culturale del capoluogo toscano ci lavora quotidianamente, come la dott.sa Cristina Acidini, presidente dellìAccademia delle Arti del Disegno di Firenze, che ha definito l’alluvione come il “primo caso di globalizzazione nella reazione e nell’informazione”. Dal suo punto di vista, è stato il rischio di perdere questi capolavori artistici che ha generato tutte le manifestazioni di solidarietà internazionali alle quali si è assistito nel novembre del ’66 e, paradossalmente, l’alluvione ha creato la grande opportunità di sviluppare e sperimentare nuove tecniche di restauro e conservazione, rendendo Firenze, con questa “esperienza sul campo”, uno dei centri più qualificati in materia. “Dopo quel disastro si è affrontato anche il tema della messa in sicurezza delle opere d’arte, innalzandole, dove è possibile nei piani più alti, o predisponendo materiali per coprirle e proteggerle in caso di esondazione dell’Arno”.

Oltre a lei è intervenuto anche il dott. Giuseppe De Micheli, segretario generale dell’Opera di Santa Croce, che nella sua storia è stata testimone non di una ma di più di 50 alluvioni.
Secondo De Micheli, uno dei modi più efficaci per fare story telling sensibilizzando le persone anche su tematiche come i rischi ambientali è raccontare gli eventi anche attraverso degli oggetti, dal Crocefisso del Cimabue, fortemente danneggiato dopo l’esondazione del ’66, al posizionamento di targhe o contrassegni che indichino il livello raggiunto dalle acque.

Tra gli interventi successivi, introdotti da Alessandra Ravetta, condirettore di ‘Prima Comunicazione’, e focalizzati principalmente sulle modalità da adottare per comunicare il rischio, anche quello di Silvia Costa, presidente della Commissione Cultura e Istruzione al Parlamento Europeo. Secondo Costa, che in prima persona ha partecipato alle manifestazioni di solidarietà nate dopo l’alluvione, il progetto “cade in un momento opportuno” e la sua promozione internazionale può contribuire a mantenere viva l’attenzione anche su quanto sta accadendo in Medio Oriente, con gli attacchi dell’Isis a monumenti considerati patrimonio dell’Umanità.

Resilienza, intesa come capacità di reagire a eventi di distruzione, è stata una delle parole chiave nell’intervento di Biagio Oppi, communication lead Italia, Spagna e Portogallo di Baxalta, che ha raccontato la sua esperienza durante il terremoto in Emilia del 2012. Ai tempi lavorava in Gambro, società specializzata nella produzione di apparecchiature biomedicali, tra le più colpite dal sisma.
Secondo Oppi, sono tre le caratteristiche che deve avere la comunicazione in situazione di emergenza. Prima di tutto deve creare engagement: “la relisienza nasce da mix di emozioni che riescono a rendere il racconto più semplice, diretto e coinvolgente”, ha spiegato. Altro elemento è la capacità di dosare il racconto, in modo da tenere l’attenzione desta anche quando finisce il vero momento di emergenza. Infine la responsabilità: “il comunicatore”, ha detto, “deve saper instillare un senso di responsabilità verso le comunità alle quali appartiene”.

Anche Luca Pancalli, presidente del Comitato Italiano Paralimpico, è tornato sul tema della resilienza, per ribadire come, accanto al patrimonio culturale, vi sia sempre un patrimonio umano che non va trascurato negli aspetti comunicativi. Come succede con lo sport, che al di là del gesto agonistico è anche un modo per vincere le diversità fisiche, per quel che riguarda ad esempio gli atleti disabili, o raziali.

A testimoniare poi la partecipazione giovanile al progetto, in chiusura è intervenuta Elisa Pigoli di CSRnatives, community creata per promuovere i valori della responsabilità sociale e della sostenibilità. “Siamo un canale di comunicazione”, ha detto, “vogliamo essere cittadini attivi e possiamo coinvolgere i nostri coetanei puntando sull’emozione”.

- Leggi o scarica gli interventi introduttivi di Toni Muzi Falconi e Bart da Vries (.pdf)

- Leggi o scarica la sintesi degli interventi  (.doc)

- Leggi o scarica le slide dell’intervento di Giovanni Azzone, rettore del Politecnico di Milano (.pdf)