18 febbraio 2016 | 10:12

Matteo e Diamante Marzotto condannati a 10 mesi per presunta evasione sulla vendita del marchio Valentino Fashion Group

Matteo e Diamante Marzotto, mercoledì 17 febbraio, sono stati condannati a 10 mesi con la sospensione condizionale della pena e la non menzione della condanna nel processo milanese con al centro un presunta evasione fiscale scaturita dalla vendita del marchio Valentino Fashion Group al fondo Permira. Anche un terzo imputato, Massimo Caputi, è stato condannato a 10 mesi. Il giudice della seconda sezione penale di Milano ha disposto anche il dissequestro e la restituzione delle somme che erano state sequestrate agli imputati, oltre a concedere loro le attenuanti. Il pm Gaetano Ruta aveva chiesto per tutti e tre 1 anno e 4 mesi.

Matteo Marzotto (foto Olycom)

Secondo quanto riporta l’agenzia Ansa, il giudice, in particolare, ha riconosciuto ai tre imputati, tra cui anche il socio-amministratore della società Icg, Massimo Caputi, l’attenuante del risarcimento della presunta evasione avvenuto nell’ambito del contenzioso tributario. Un risarcimento da circa 57 milioni di euro. Nell’ambito delle indagini erano state pste sotto sequestro somme per circa 65 milioni di euro, parte delle quali già dissequestrate nel corso del procedimento con il patteggiamento di altri indagati. Il processo vedeva al centro una presunta omessa dichiarazione dei redditi, emersa da una verifica fiscale effettuata dall’Agenzia delle Entrate e relativa alla vendita del marchio Valentino Fashion Group da parte dei Marzotto e Donà Delle Rose, avvenuta nel 2008, al fondo Permira. Secondo l’accusa, con la vendita del brand sarebbe stata realizzata una plusvalenza di 200 milioni di euro, ottenuta in Lussemburgo (attraverso la società Icg) senza pagare tasse per circa 71 milioni di euro. Secondo il pm Ruta, che ha coordinato le indagini assieme alla collega Laura Pedio, l’operazione era stata portata avanti con “una comunione di intenti” da parte dei fratelli Matteo e Diamante Marzotto e di altri imputati “non scalfita dal fatto che ci sono stati dissapori familiari o personali tra alcuni dei soggetti”. La società Icg, secondo l’accusa, “operava solo apparentemente in Lussemburgo, ma in realtà era amministrata in Italia”. E gli “indici probatori” sull’esterovestizione, stando alla requisitoria del pm, “sono così convergenti da non dover spendere ulteriori parole”. Altri 10 indagati, tra cui Vittorio Marzotto, in passato avevano patteggiato sei mesi di reclusione convertiti in una pena pecuniaria di 20.500 euro a testa, chiudendo la vicenda giudiziaria.

“Non è la prima volta che degli innocenti vengono condannati in primo grado e poi assolti con sentenza definitiva. Leggeremo le motivazioni, che ora fatichiamo ad immaginare, e faremo appello convinti della innocenza, hanno commentato gli avvocati Paolo De Capitani e Alessandra Mereu, legali di Matteo e Diamante Marzotto.

In serata il commento di Matteo Marzotto, che, in una nota, si dice sorpreso dalla sentenza. “Fatichiamo a capire come due soci di minoranza che non hanno mai preso parte alla gestione della società possano essere considerati colpevoli di un reato eventualmente commesso dagli amministratori”. “Abbiamo sempre confidato che la difesa nel processo avrebbe, prima o poi, evidenziato la nostra innocenza e per questo avevamo a suo tempo rifiutato ogni ipotesi di patteggiamento”, ha spiegato, ribadendo la convinzione dell’infondatezza dell’accusa, emersa a suo dire “dall’istruttoria dibattimentale”. Per Marzotto, “è stato dimostrato durante il processo con articoli di stampa, nazionale e internazionale, e numerose testimonianze, tra cui quella dell’allora amministratore della società lussemburghese, che il sottoscritto, all’epoca dei fatti Presidente di Valentino, è sempre stato contrario alla vendita della casa di moda, e il successivo sviluppo dell’azienda mi ha purtroppo dato ragione”. “Sono stato condannato per un’operazione, la cessione di Valentino, alla quale mi ero opposto con tutte le mie forze, visto che il mio unico intento, acquisendo le quote di ICG, era quello di consolidare il controllo e impedire così le scalate ostili che da più parti si paventavano”.

Marzotto ribadisce anche l’estraneità della sorella. “Si è colpevoli soltanto dopo una sentenza definitiva e questo è solo il Primo Grado, così come era accaduto in altri e noti casi che la stessa Procura ha richiamato durante il processo e per i quali la Cassazione ha infine escluso ogni addebito. Leggeremo le motivazioni e ci difenderemo in appello; è certo, però”, conclude la nota, “che in questo contesto diventa difficile conciliare il fare impresa e investimenti”.

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