03 marzo 2016 | 11:59

“Volendo, Silvio Berlusconi potrebbe scalare Rcs che vale 250-300 milioni e ha un management debole”, dice al ‘Foglio’ Mucchetti, senatore Pd ed ex vice direttore del Corriere e giornalista del Gruppo Espresso

Il Foglio di Massimo Mucchetti – C’era una volta la legge sull’editoria. Si prefiggeva di evitare l’eccessiva concentrazione dei quotidiani. Avrebbe indebolito il pluralismo dell’informazione, fondamento della democrazia. Per quanto sembri ormai dimenticata, è ancora in vigore: nessun gruppo di quotidiani può avere oltre il 20 per cento delle tirature nazionali.

Massimo Mucchetti (foto Repubblica.it)

Massimo Mucchetti (foto Repubblica.it)

Questa soglia verrà superata con l’incorporazione dell’Itedi, che possiede la Stampa e il Secolo XIX, da parte del Gruppo Espresso, che possiede Repubblica e la catena di quotidiani locali Finegil. La somma delle tirature supera il 22 per cento. La circostanza richiede una presa di posizione dell’Agcom, che potrà dettare i rimedi del caso. Ma questa operazione va letta anche sotto altri profili. Uno riguarda la Fiat e gli Agnelli. Con questa cessione, cui seguirà la fuoriuscita da Rcs, la Fca abbandona l’editoria. Se l’Exor investe nell’Economist, va benissimo. E’ una holding. L’auto, invece, non ha nulla a che fare con la stampa. In questi anni, del resto, la presenza torinese non ha fatto bene a Rcs. I risultati parlano da soli. La scelta attuale, tuttavia, non deriva dalla conversione alla linea einaudiana. All’editore puro John Elkann si è attenuto nel club dell’Economist, abbastanza forte da imporre l’autonomia totale del direttore. Ma non l’ha mai praticata a Torino, dove la sua famiglia divenne padrona della Stampa grazie al fascismo, né al Corriere. Più prosaicamente, il progetto elkaniano di fondere Itedi con Rcs non ha marciato. Non c’entrano nulla nemmeno le ipotetiche nozze con GM, magari a guida Marchionne. Si è sempre trattato di una pia illusione. I rapporti di forza sono eloquenti, e così il giudizio dei mercati: negli ultimi sei mesi, GM fa più 3%, Fca meno 17% (come Volkswagen, che ha dovuto sopportare il dieselgate). L’Exor diventa un piccolo socio dell’Espresso per realpolitik. Ma c’è dell’altro. Che riguarda la storia e il futuro. Il gruppo Espresso condusse negli anni 80 forti campagne di denuncia contro la concentrazione delle testate in capo alla Fiat. Sommava Stampa a Corriere e Gazzetta dello Sport. Non ebbe successo perché la Fiat non esercitava il controllo né di diritto né di fatto in Rcs. Giovanni Agnelli sceglieva il direttore del Corriere, ma formalmente la nomina era fatta da un sindacato azionario con doppia maggioranza delle teste e dei voti. Quell’impegno di Repubblica, però, non va dimenticato. Oggi Agnelli non c’è più, Carlo De Benedetti ha 82 anni, segue con passione la politica, ispira Renzi, ma il futuro, com’è giusto che sia, è nelle mani del figlio Rodolfo e di Monica Mondardini. Quei vincoli antitrust sembrano superati con un’editoria incapace di reggere, almeno per ora, la sfida delle nuove tecnologie digitali. Non potendo o sapendo fare di meglio, i giornali tagliano i costi, ricercano le economie di scala. L’antitrust non può uccidere le imprese. E tuttavia la logica dell’industria non ci esime dal chiederci se sia superata anche la preoccupazione politica per il pluralismo, che ha tante volte ispirato le posizioni antiberlusconiane del gruppo Espresso. E la risposta è no. Il pluralismo dell’informazione resta un pilastro della democrazia. La libertà consentita dalla rete non compenserebbe l’omologazione delle fabbriche delle notizie e delle analisi. Abbiamo l’esigenza di rispettare le regole in vigore e, al tempo stesso, di ripensare l’intera industria dell’informazione. D’altra parte, certi affari possono porre le premesse per altri. Volendo, Silvio Berlusconi avrebbe i mezzi per scalare una Rcs, che vale tra i 250 e i 300 milioni in Borsa e ha un management debole. Potrebbe tagliare il debito bancario (mezzo miliardo) vendendo i libri, la Spagna e la Gazzetta e ottenere dalle banche la conversione in azioni del residuo. Non accadrà perché Berlusconi è anziano e stanco, ma se accadesse, Repubblica non avrebbe più niente da obiettare. Visto che il premier, al quale il quotidiano della famiglia De Benedetti non ha fatto mancare il suo appoggio, non ha avviato alcuna riforma della legge Gasparri, limitandosi a mettere le mani sulla Rai. Volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, la mossa della Fca e dell’Espresso potrebbe accelerare i giochi in via Solferino. Anche senza Silvio. Ma di questo tema meriterebbe uno svolgimento a parte.

P.S. Ho lavorato 17 anni nel gruppo Espresso, che mi ha consentito – come poi il Corriere – di coltivare l’esercizio della libertà. Ieri anche verso i propri azionisti. Oggi verso i propri amici.